Salvare il mondo

«Andrea, è pronto il caffè!» urla papà Luca dalla cucina.
È lunedì. La solita routine ricomincia inesorabile, il consueto ritardo nel poggiare i piedi giù dal letto mi costringe a fare tutto con assoluta fretta. Mi alzo. Mi lavo. Bevo un caffè al volo. Mangio un biscotto. Mi vesto. Allaccio tutti i bottoni della camicia. Saluto uno ad uno tutti i componenti della mia famiglia senza nemmeno guardarli in faccia. Non posso. Non c’è tempo. La mia mente corre già a tutte le urgenze, le necessità e le attività che mi aspettano al lavoro.
Aiuto. Ansia. Stress…. E pensare che sono solo le 7 e mezza.
Salgo sulla moto e mi vibra la tasca dei pantaloni. «Ecco, il solito gruppo di wapp che mi farà solo perdere tempo». Prima di girare le chiavi, infilo la mano in tasca e, estraendo il cellulare, noto con sorpresa che si tratta di un amico che non sento da tanto. Incuriosito inizio a leggere: «LAVORARE PER SALVARE IL MONDO».
Il mio amico è sempre stato un po’ particolare, forse megalomane; ma ormai mi ha intrigato e così continuo: «“per che cosa vai a lavorare?”, c’è un’unica risposta “il 27 del mese, la busta, la paga”. È soddisfacente? “è per il 27 del mese, è necessario”. È necessario, però, anche se è necessario, non vale la pena, è triste, la vita è una fatica. Questo è il punto: che tutto è fatica senza scopo».
«Dai su sono già in ritardo, devo partire». Ritiro di corsa il cellulare in tasca e avvio il motore. Eppure quella frase mi rimbomba in testa. È come lo scalpello di un vecchio artigiano che picchietta nevroticamente nei miei pensieri…: Lavorare per salvare il mondo! Salvare il mondo! Ma come diavolo si fa? Io che faccio fatica ad arrivare a fine giornata senza aver maledetto i miei colleghi almeno una decina di volte, senza aver imprecato per quei dati che non arrivano mai e per quel report sull’andamento della gestione che tarda tanto ad essere presentato.
Parcheggio la moto al solito posto, alla solita ora (con il solito ritardo!). Mi giustifico pensando che è proprio vero che il mio amico è un megalomane e che questo “lavoro” di cui scrive non può fare per me. Per la mia piccola ed umile mansione. Per la mia piccola scrivania posta nell’angolo di un piccolo ufficio di contabili. Ma lo scalpello non mi lascia in pace e appena appoggio lo zaino nel solito posto, mi siedo alla mia (solita) piccola scrivania, estraggo il cellulare e continuo nella lettura: «Uno lavora come ingegnere, lavora come architetto, lavora come [contabile]: tutto quel che fa, tutto il lavoro, comunque concepito, tutto il lavoro che fa viene come afferrato e come trasformato da questo vento nell’unica grande professione […]. Ma questa è la professione a cui sono chiamati tutti gli uomini. Nessuno lo sa e perciò nessuno lo fa […]. Quindi se fanno l’ingegnere, l’architetto o il vattelapesca […], hanno dentro, sono determinati da questa volontà di salvare gli uomini, che gli uomini si salvino». 
Portare il mondo al suo destino! Lo scalpello non lascia in pace né il mio cuore pietrificato né il mio cervello che prova a scoprire affannosamente cosa mi attira tanto di queste parole.
«Portando il mondo al suo destino: tu, ti alzi al mattino, alle nove entri nel tuo ufficio di [contabile] e ti metti a lavorare per portare il mondo al suo destino, porti il mondo al suo destino [facendo la partita doppia]».

Ed ecco che, come una risposta insperata, accade un fatto semplicissimo: uno studente impaurito apre delicatamente la porta dei nostri uffici… è in lacrime… senza che chieda nulla, un collega lo accoglie e gli offre un fazzoletto. Un semplice fazzoletto.
Allora forse è proprio vero… dietro la partita doppia, dietro a miei “cari” numeri spesso aridi e asettici si nascondono le storie di uomini. Uomini e donne come me. Incasinati proprio come me. Sono studenti che hanno bisogno di un aiuto economico, piccoli fornitori che devono pagare i dipendenti a fine mese o colleghi che aspettano la paga per pagarsi il mutuo sulla casa. Sono uomini.
Forse non ho capito fino in fondo la profondità di ciò che ho letto, ma una cosa l’ho intuita: dentro alle attività più banali c’è già dentro tutto. Dentro le attività più semplici, magari anche ripetitive si nascondono segreti di cui uno nemmeno si accorge. C’è dentro il destino di ogni uomo. Un pezzo del destino di quello studente, di quel fornitore, di quel collega.
Salvare il mondo! Forse è solo una speranza, ma riaccende improvvisamente un fuoco che il gocciolio della routine stava facendo sfrigolare.
In fondo è un po’ come quel racconto riportato di recente anche da Alessandro D’Avenia «in cui un pellegrino, s’inerpica su una strada tra grandi cave di pietra, in una giornata di sole cocente. Vede uomini impegnati a sgrossare le pietre con i loro scalpelli [che siano proprio gli stessi che non lasciano in pace il mio cervello?!] e si ferma a osservarne uno, coperto di sudore e polvere, le braccia ferite dalle schegge. “Che cosa fai?” gli chiede. “Non lo vedi?” risponde l’uomo infastidito, senza alzare il capo: “Mi ammazzo di fatica”. Il pellegrino riprende il cammino e incontra un altro spaccapietre, altrettanto stanco, sporco e stizzito. “Che cosa fai?”. “Non lo vedi? Lavoro tutto il giorno per far mangiare i miei figli”. Il pellegrino continua il viaggio e incontra un terzo scalpellino, malconcio come gli altri, ma sereno. “Che cosa fai?”. “Non lo vedi? – risponde l’uomo sorridendo – sto costruendo una cattedrale” e gli indica l’edificio che sta sorgendo in cima alla collina» (La metà invisibile delle cose, «Corriere della sera», 29 aprile 2019).
È così che allora, improvvisamente e senza nemmeno accorgercene, nessuno ci è più estraneo, nemmeno il collega della scrivania affianco, nemmeno lo studente che disturba il tuo lavoro, nemmeno «quelli che gremiscono la metropolitana […]. Sono gente per cui dai la vita».

Il mio amico si chiama Luigi e mi sa che, in fondo, mi ha convinto.

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