Il posto di lavoro

L’autunno, per quasi tutti, è il periodo del lavoro. Dopo i fuochi di luglio e agosto, si ritorna a uno spazio usato, dove gli atti sono consumati, e precisi, le facce note e le parole, benché diverse, sempre le stesse.

Del posto di lavoro, in poesia, ne hanno parlato in molti nel corso degli ultimi cento anni. È stato un processo inevitabile, dal momento che anche i maggiori poeti del secolo, per vivere, si sono provati nei lavori più disparati.

Per questo autunno di lavoro mi vengono in mente tre testi. I primi sono di Giovanni Giudici (1924-2011), nato a La Spezia, poi lavoratore a Milano e a Roma come giornalista che ragiona sulla continuità delle mansioni quotidiane all’interno di ogni ditta, e di Jacopo Ramonda, giovane autore nato in provincia di Cuneo nel 1983 che racconta di un primo giorno di lavoro:


Cambiare ditta, Giovanni Giudici da La vita in versi (1965)

Non puoi cambiarti, ma almeno cambia ditta,
Il posto di lavoro è più che una metà
(Inutilmente resisti) della tua anima:
E quante cose per te cambieranno!

Avranno altri volti e strade le tue mattine,
T’illuderai quasi di aver cambiato città,
Di avere davanti una vita. Un nuovo gergo
Imparerai nelle file dei nuovi conservi:

Ti ci vorranno due mesi per scoprirlo banale.
E poi nuovi padroni, nuove regioni dei tuoi nervi
In evidenza agli uffici del personale,
Nuovi prodotti e una nuova misura

Di quel che è bene e male ― ed infine te stesso
Di cui tutti diranno che sei nuovo.
Annuncerai ai lontani la tua novità:
«Questa mia è per dirti che adesso mi trovo…»


Nell’alverare (cut up n. 121), di Jacopo Ramonda da Una lunghissima rincorsa (2014)

Il primo giorno di lavoro arrivo in ufficio in anticipo. Mi fanno fare un giro turistico del mio futuro, sul set dei miei prossimi anni di vita. Lo scenario della monotonia è composto da una serie infinita di scompartimenti asettici, anonimi. Strutturalmente uguali tra loro, imparerò a distinguerli con un colpo d’occhio, osservando i piccoli oggetti personali di proprietà dei dipendenti che li occupano, portati da casa nel tentativo di personalizzare il proprio spazio.

Infine, vorrei chiudere con un salto apparentemente fuori luogo di un altro grande autore, Sandro Penna, nato a Perugia nel 1906 e mancato a Roma nel 1977 che ci evoca un tuffo.


Sandro Penna, Il nuotatore

Dormiva…?
        Poi si tolse e si stirò.
Guardò con occhi lenti l’acqua.
Un guizzo il suo corpo.
           Così lasciò la terra.



(Il quadro è del pittore informale Franz Kline, Mahoning, 1956)

Simone Biundo

Simone Biundo è nato a Genova il 16 giugno del 1990. Insegnante di lettere a Genova in una Scuola secondaria di primo grado, è editor della rivista «VP Plus», il quindicinale online dell’Università Cattolica di cui è anche SMM. Ricercatore di storia dell’editoria e critica letteraria ha pubblicato "Un altro acquario: Vanni Scheiwiller consulente letterario" e "L’immagine non contaminabile della poesia»: Biagio Marin". Nel 2020 uscirà la sua traduzione di una selezione di testi del poeta marsigliese Louis Brauquier nel volume "Approdi. Vivremo fino al mattino" curato con Paola Fossa, traduttrice e insegnante all’Università di Mulhouse, per Festa mobile. Con il poeta Damiano Sinfonico, l’attrice e linguista Sara Sorrentino cura la rassegna di poesia contemporanea , poet. – alla libreria Falso Demetrio. Fa parte di Gruppo Limpido, laboratorio di teatro e libera espressione. Alcune sue poesie sono uscite su «Neutopia», «Margutte» e «L’Altrove». Qui in EDUCatt, collabora come SMM e content manager nella comunicazione.

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