Un sì per il mondo intero

Un «sì» ricolmo di fiducia e di coraggio che ha avuto la forza di attraversare venticinque anni di storia per emozionarci ancora oggi: il racconto di Andrea Castiglioni.

Ho appena finito di fare colazione. Assaporo l’ultima goccia di caffè, mi asciugo le labbra e mi appresto a leggere la rassegna: “La Repubblica” – «Europa chiusa al mondo», “Corriere della Sera” – «Il virus avanza, lite sui divieti», “Il Giornale” – «Adesso chiudiamo anche questo governo», “Il sole 24 Ore” – «Lunedì nero per Borse, oro e petrolio».

Ebbene, proprio mentre siamo colpiti dall’epidemia transnazionale del Coronavirus e il caos rivitalizza il dibattito all’interno del governo con uno dei politici che minaccia la sfiducia, proprio in questo contesto socioculturale instabile e drammatico, io vi voglio raccontare di un fatto di poco conto, quasi irrilevante, che riguarda una sola persona e che certamente non coinvolge il destino del mondo intero: la banale commozione di una donna.

Vi starete chiedendo perché. 

È accaduto tutto in pochi istanti, è stato un pianto composto ma dirompente, nato in silenzio come uno di quei fiori di gelsomino che stanno sbocciando inaspettatamente in questo mese già caldo.

«Ringrazio Dio per l’opportunità che mi ha offerto!» aveva appena finito di dire Elmer, un ragazzo peruviano in stage presso la nostra azienda. Parole semplici. Chiare. Dirette. Parole che forse non siamo più abituati a sentire e che hanno misteriosamente perforato il petto di una donna, una professionista esperta in un mondo lavorativo che conosce come le sue tasche.

Davanti alla commozione di quella donna (proprio lei, con tutti i suoi pensieri, e proprio lì, nella sala riunioni di una grande azienda milanese), nessuna delle persone presenti ha avuto la percezione precisa di cosa stesse accadendo.

Da quel giorno me lo sono chiesto diverse volte, che cosa abbia suscitato quella commozione così vibrante e misteriosa e chi – se c’è un chi – ha portato quella donna a non riuscire a trattenere le lacrime. Lo ammetto: nessuna delle risposte che mi sono dato riusciva a dar ragione di quegli occhi ricolmi di lacrime. Del resto, non sempre le risposte abitano lo spettro della razionalità oggettiva: così ho smesso di cercarla lì e l’ho trovata in una storia vera e realmente accaduta.

È la storia di un omone che, più di 25 anni fa, è partito per il lontano Perù, si è messo in viaggio per farsi dieci ore di volo e non tornare. Non lo ha deciso lui, anzi – vi dirò di più – lui non lo avrebbe mai voluto. Ha semplicemente detto: «Sì!», sposando senza esitazione l’idea lungimirante di costruire un’Università in un paese, come il Perù, e in una città, come Lima, che negli anni ’90 dello scorso secolo sembrava avere problemi ben più urgenti dell’istruzione.

Ma ci pensate? Domani un signore bussa alla porta di casa vostra e vi dice: «Vuoi andare in Perù che c’è bisogno di costruire un’università? Vuoi mollare tutto – casa, parenti, amici – e dedicare tutta la tua vita a quest’opera?». Come diamine ha fatto a dire di sì? Io non lo so, ma sono certo che una sola cosa può averlo convinto a fare una scelta così folle: il volto lieto di chi gli ha fatto quella proposta, gli occhi di un uomo che, guardandolo, gli hanno detto «fidati di me».

Io non so se ne è valsa la pena rischiare, bisognerebbe chiederlo a lui, ma due cose posso assicurarvele.

Primo: se oggi incontraste gli occhi di quell’omone provereste una grande invidia, esattamente come l’ho provata io, perché quell’uomo oggi è felice! Non saprei come altro descriverlo: felice! Si è abbandonato alla proposta inaspettata di un altro, l’ha accolta e ha scombussolato i suoi quotidiani giorni di vita… ed è tremendamente felice (sembrerà poco, ma quanti di noi possono dirsi davvero felici?).

Secondo: oggi, a distanza di 25 anni, quel «sì» detto da un ragazzone vivace e sgangherato nel lontano 1994 ha ancora l’energia per trafiggere il cuore di una donna, tanto da riempire i suoi occhi di lacrime. Quel «sì» attraverso 25 anni di storia ha permesso a me, oggi, di poter abbracciare la sensibilità di Diana, di godere del sorriso di Danae, di stupirmi della curiosità di Joaquin e della vivacità di Angie, di apprezzare la precisione di Nicolle e di essere travolto dal rigore di Elmer e dal coinvolgimento professionale di Antony. 

Ripensando ai titoloni delle prime pagine apparsi in questi giorni sulle più grandi testate giornalistiche ho desiderato di trovare anche questo titolo: «Un “sì” per il mondo intero» e così l’ho scritto io. Ho pensato che quel pianto, come quel «sì» lontano da cui è stato generato, non riguarda solo me o la mia collega, ma ha la potenza misteriosa di attraversare lo spazio e il tempo per riguardare il mondo intero. Che meraviglia pensare che un «sì», semplice, quotidiano, ingenuo, possa permettere al cuore di qualcuno di commuoversi anche a distanza di decenni e di migliaia di chilometri, che un monosillabo stracolmo di speranza e di coraggio in mezzo a tante parole vuote abbia avuto, in ultimo, la forza misteriosa di riguardare il mondo intero. 

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Fotografia di Robert Doisneau
(fotografo dell’imperfezione della quotidianità)

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