Bière d’artiste /2

Storie di birra | 3 (puntata 2/2)

Segue dalla puntata precedente)

Le Fiandre sono state – e come poteva essere diversamente – sempre appassionate di birra: da Adriaen Brouwer (1605-1638), nomen omen per l’assonanza con Brewer (Il maestro aristocratico potabile, Il schlachtfest, La taverna) a Pieter Paul Rubens (1577-1640), che dipinge una festa paesana nel Flemish Kermis (1635-38), chiaramente scandita dal suono dei tappi martellati nei barili di birra.
Seppur meno famoso, anche David Teniers il Giovane (1610-1690) ha dipinto numerose opere dedicate a scene di taverna e di feste paesane; in particolare nella Scena di taverna, in cui si nota un personaggio al centro dell’attenzione degli avventori, impegnato a tracannare un grande boccale di birra. Dello stesso autore è anche una seconda Tavern Scene (1658 circa, ora alla National Gallery of Art di Washington) in cui il primo piano è occupato da classici beoni, impegnati nei piaceri della birra e dell’azzardo.
Nello stesso periodo si colloca anche Jan Steen, di Leida. Suo padre era un birraio e gestiva la famosa locanda L’alabarda rossa. Di suo, il pittore – che tra l’altro tentò di avviare anche una fabbrica di birra, la De Roscam – nel 1650 dipinse il celebre quadro dal titolo Asso di Cuori, oggi al National Museum di Stoccolma, in cui sul tavolo di gioco si notano due particolari boccali di birra, realizzati in forme diversissime, l’uno in vetro e l’altro in ceramica o terracotta.
Più avanti nel tempo si colloca l’opera di Eduard Theodor Ritter von Grützner, forse il pittore più noto per i dipinti che ritraggono monaci e birra. Nato nel 1846 in Polonia, nel 1870 si trasferì a Monaco, in Baviera, visitando poi numerosi monasteri tedeschi. Dalla vita dei monaci trasse ispirazione per una serie di quadri in cui i monaci-birrai sono raffigurati in momenti di lavoro, di svago e di riposo. Tra l’altro, anche grazie a questi dipinti è possibile comprendere molti aspetti della produzione e delle modalità di consumo della birra del tempo.

Ma, altrimenti e altrove, le rappresentazioni di birra sono moltissime: per esempio Edouard Manet (1832-1883), il precursore degli impressionisti, nella tela Un bar aux Folies-Bergère dipinge addirittura, sul bancone, tra i fiori, le arance e le bottiglie di champagne e di altri liquori una birra specifica, la Bass Pale Ale66, molto popolare negli anni della belle époque a Parigi, nella luce di fine Ottocento che s’accendeva ambrata d’elettricità; dal canto suo Vincent van Gogh (1853-1890) di quadri a tema birra ne dipinge più d’uno, e spesso le tinte sono più cupe.
A parte le nature morte con birra, di cui si è già parlato, in particolare una tela del pittore olandese rappresenta una donna, Agostina Segatori, al caffè Tambourin di Parigi – al 62 di Boulevard de Clichy – di cui era proprietaria. Lei, marchigiana, musa e modella di numerosi pittori del tempo, ha l’incarnato cereo, e siede a braccia incrociate su uno sgabello: in mano ha una sigaretta; sul tavolo c’è un boccale di birra quasi del tutto pieno. Il suo sguardo è abbandonato, sembra non vedere niente in quel luogo che dovrebbe appartenerle. Non c’è più nulla di suo, al mondo.
La Bass ritorna ancora, anche in alcune opere di Pablo Picasso (1881-1973), soprattutto nella fase cubista. Pipa, bottiglia di Bass e dado è una delle sue creazioni più famose di quel periodo.
La Bass, creata a Burton-upon-Trent, in Scozia – un luogo dalla qualità dell’acqua particolarmente dura – nel 1777 da William Bass, era originariamente una Scotch Ale, seguendo lo stile anticamente chiamato Wee Heavy 60-/70-/80-, dal prezzo in scellini del barile. Le caratteristiche erano il colore ambrato/ramato, la tendenza liquorosa e l’eventuale profilo affumicato, dato dal tipo di acqua o dai malti.
Ma la Bass Pale Ale fu la IPA di maggior successo tra Ottocento e Novecento, e conquistò il primato di best seller label nelle Terre di Sua Maestà e rendendo il proprio simbolo (l’inimitabile triangolo rosso) il primo marchio registrato nel Regno Unito. Oggi è della AB-InBev, dopo una serie di vicissitudini che hanno portato l’azienda originaria a investire nel settore alberghiero e poi a lasciare il business della birra.

Nel Novecento la rappresentazione della birra continua. Jasper Johns (1930), nel 1960, ne fa una scultura in bronzo (Painted Bronze; ora al Museum Ludwig, a Köln). L’atmosfera è pop e dada, e su un basamento sgrossato si alzano due lattine di Ballantine. C’è un racconto dietro a questa opera, e sta in una battuta. Si vuole che De Koonig, un altro grande artista, abbia detto che il gallerista Leo Castelli sarebbe riuscito a vendere qualsiasi cosa, anche due lattine di birra. Detto, fatte.

Si potrebbe continuare ancora.
Ma torniamo al nostro visitatore. Il nostro uomo è un poeta. Domani scriverà una poesia sulla birra, magari un madrigale. Oggi invece la beve, innanzitutto con gli occhi.
Perché il suo quadro preferito rimane questo che ha davanti, con tutti i colori sul boccale, e quel boccale che domina sul tavolo che sembra essere piccolo piccolo mentre la birra tanta tanta e spumeggiante.
Enorme, poi, è il manico.
Gli sta dicendo: prendimi.


Casa Fogliani è un’officina creativa nata a partire dall’obiettivo di valorizzare risorse e attività e prodotti enogastronomici d’eccellenza, con la possibilità di destinare delle risorse a uno scopo con valore sociale altrettanto eccellente: il progetto intende infatti reinvestire le marginalità realizzate dalle iniziative e con la vendita dei prodotti, tra cui due birre appositamente prodotte per conto della fondazione EDUCatt dal birrificio Argo di Lemignano di Collecchio (PR), in borse di studio, sostegno economico e servizi per studenti in estrema difficoltà.
Per ciascun anno accademico vengono attivati uno o più percorsi di laurea in Università Cattolica a favore di giovani in condizioni di estremo bisogno, di provenienza nazionale e internazionale. I beneficiari verranno sostenuti per tutto il periodo necessario al raggiungimento della laurea – fino a un massimo di cinque anni – e assistiti per agevolare l’ambientamento e lo svolgimento degli studi, con una verifica costante del mantenimento delle migliori condizioni per il raggiungimento del successo. Il sostegno prevede vitto, alloggio, vestiario, assistenza sanitaria, strumenti di studio, contributo economico per le spese quotidiane e il mantenimento, la possibilità di accedere al programma studentwork e tutto quanto è necessario per una vera accoglienza.
«Questa (non) è una birra» è la campagna che nasce per sostenere il progetto: perché la birra Clelia (una cream ale) ed Elettra (una amber ale) sono buonissime, ma soprattutto perché acquistandole o consumandole si contribuisce da subito, e concretamente, a un progetto ad alto valore sociale.

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