Le parole della birra /2

Storie di birra | 4 (puntata 2/2)

Con che parole avremmo ordinato una birra in pieno Medioevo, se fossimo entrati in una locanda, o anche se fossimo stati sommessamente seduti al desco di un convento che ci avesse dato ospitalità? Continua il viaggio tra le parole della birra guidato dal nostro autore Gian Armando Zito.

Ma nel xvi secolo al volgare italiano arriva, dal tedesco bier, un’altra parola di due sillabe, birra; da lì deriva anche il francese bière, che è parente ovvia dell’inglese beer e dell’olandese bier. L’origine della parola germanica, dall’antico alto tedesco bior, parrebbe incerta: potrebbe essere a sua volta un prestito del vi secolo dal latino volgare biber “bibita, bevanda”, proveniente dal verbo bibere, oppure potrebbe derivare direttamente dalla radice protogermanica per “orzo”.
In Italia nel 1544 la attesta – legandola alla precedente – Pietro Andrea Mattioli (Siena, 1501-Trento, 1578), medico umanista e botanico di nobili e di re, in un noto testo botanico-farmaceutico, intitolato con leggerezza – si fa per dire – Di Pedacio Dioscoride Anazarbeo libri cinque. Della historia et materia medicinale tradotti in lingua volgare italiana:

«Il perché si può agevolmente dire che lo zito e il curmi de gli antichi fussero poco lontani dalla cervisia, over birra, che s’usa a i tempi nostri nelle parti settentrionali in tutta Alemagna, Boemia, Polonia, Fiandra, Francia e altre regioni d’Europa».

Nel brano compaiono anche il termine greco antico zito, (che viene forse da zýmē, ζύμη, “lievito”) e curmi, che si rifà alla kourmi egiziana, ottenuta dalla miscela di due diversi cereali. Oggi una birra dal nome Curmi, speziata e ottenuta con farro e malto d’orzo, di alta fermentazione e rifermentata in bottiglia, la fanno da 32 Via dei birrai a Pederobba (Treviso). È una birra bianca, da 5,8 gradi, e si richiama esplicitamente a quella dei costruttori delle piramidi.

Tornando al termine “birra”, nel Settecento è Francesco Algarotti (Venezia, 1712-Pisa, 1764), nobile ricco, erudito e filosofo, poeta scrittore saggista e collezionista d’arte, a darci nelle sue Lettere (nel 1759, a proposito del poeta John Milton e del suo famosissimo Paradiso perduto) una descrizione degli effetti del luppolo, riferita ai figli di Albione:

«Talora la birra inglese gli manda certi fumi alla testa, che gli fanno fare i più strani sogni del mondo».

Nel frattempo, tuttavia, in Italia il termine cervogia non è ancora sparito e continua ad avere un certo successo: uno scrittore dell’Ottocento, Francesco Domenico Guerrazzi (Livorno, 1804-Cecina, 1873), di cui si ricorda poco, se non che era aspro, vendicativo e attaccabrighe, ma che ai suoi tempi scrisse romanzi di vasto e travolgente trionfo di pubblico, può affermare che «la cervogia la più parte degli italiani giudica medicina».

Ancora all’inizio del Novecento troviamo il termine cervogia in un testo di Lorenzo Viani (Viareggio, 1882-Ostia, 1936), L’arguto «Educator di stomachi», che scrive come in certi tempi

il vino lo si postergava alla schiumante cervogia.

In quel libro, in verità, Viani scrive anche dell’acqua, e non in termini così lusinghieri:

«L’acqua? Oibò! Udite: i soldati di Alessandro il Grande morirono per aver bevuto acqua in quantità; l’acqua, in quell’oste, fece più strage di una battaglia. Giuliano l’Apostata morì per aver bevuto un bicchiere d’acqua fresca. Luigi x morì per essere disceso in una cantina e aver bevuto fredda acqua ivi corrente. Dico a voi là, pittori della comitiva! Fragonard è morto al caffè sorbendo un bicchier d’acqua».

A poco a poco, tuttavia, come già era scomparsa la parola cervisia, lentamente anche cervogia comincia ad essere abbandonata e finisce per essere etichettata come termine obsoleto. Sopravvivrà in spagnolo e portoghese, dove la birra viene chiamata cerveza e cerveja.

“Birra”, da allora, entra nei vocabolari italiani con un unico lemma che da solo ha l’onere e l’onore di rappresentare il “pane liquido”: con l’immagine della sua freschezza e del suo potere frizzante indica il massimo della velocità raggiungibile: a tutta birra; mentre nella vita di tutti i giorni può servire solo anche dirla, questa parola, ad un amico in difficoltà o che ha bisogno di parlare. Vuoi una birra? gli si può chiedere per poi trovarsi seduti a bere a un tavolo, proprio come ci dice il grande poeta Umberto Saba (in realtà Umberto Poli; Trieste, 1883-Gorizia 1957) nel componimento Dopo la tristezza:

Questo pane ha il sapore d’un ricordo,
mangiato in questa povera osteria,
dov’è più abbandonato e ingombro il porto.
E della birra mi godo l’amaro,
seduto del ritorno a mezza via,
in faccia ai monti annuvolati e al faro.
L’anima mia che una sua pena ha vinta,
con occhi nuovi nell’antica sera
guarda una pilota con la moglie incinta;
e un bastimento, di che il vecchio legno
luccica al sole, e con la ciminiera
lunga quanto i due alberi, è un disegno
fanciullesco, che ho fatto or son vent’anni.
E chi mi avrebbe detto la mia vita
così bella, con tanti dolci affanni,
e tanta beatitudine romita!


Casa Fogliani è un’officina creativa nata a partire dall’obiettivo di valorizzare risorse e attività e prodotti enogastronomici d’eccellenza, con la possibilità di destinare delle risorse a uno scopo con valore sociale altrettanto eccellente: il progetto intende infatti reinvestire le marginalità realizzate dalle iniziative e con la vendita dei prodotti, tra cui due birre appositamente prodotte per conto della fondazione EDUCatt dal birrificio Argo di Lemignano di Collecchio (PR), in borse di studio, sostegno economico e servizi per studenti in estrema difficoltà.
Per ciascun anno accademico vengono attivati uno o più percorsi di laurea in Università Cattolica a favore di giovani in condizioni di estremo bisogno, di provenienza nazionale e internazionale. I beneficiari verranno sostenuti per tutto il periodo necessario al raggiungimento della laurea – fino a un massimo di cinque anni – e assistiti per agevolare l’ambientamento e lo svolgimento degli studi, con una verifica costante del mantenimento delle migliori condizioni per il raggiungimento del successo. Il sostegno prevede vitto, alloggio, vestiario, assistenza sanitaria, strumenti di studio, contributo economico per le spese quotidiane e il mantenimento, la possibilità di accedere al programma studentwork e tutto quanto è necessario per una vera accoglienza.
«Questa (non) è una birra» è la campagna che nasce per sostenere il progetto: perché la birra Clelia (una cream ale) ed Elettra (una amber ale) sono buonissime, ma soprattutto perché acquistandole o consumandole si contribuisce da subito, e concretamente, a un progetto ad alto valore sociale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *