Le parole della birra /1

Storie di birra | 4 (puntata 1/2)

Con che parole avremmo ordinato una birra in pieno Medioevo, se fossimo entrati in una locanda, o anche se fossimo stati sommessamente seduti al desco di un convento che ci avesse dato ospitalità?
Un esempio ce lo dà il poeta senese Cecco Angiolieri, in una bella poesia che si ritrova in un libro piccoletto, le Rime:

«Sacci ch’i’ ho cambiati i grechi fini
a la cervugia, fracida bevagna»

Cecco, o Francesco (Siena, ca. 1260-1313) lo conoscono in molti, o almeno l’hanno sentito nominare: è quello che gridava «S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo»; di famiglia benestante, nacque ricco e morì gravato di debiti, tanto che i cinque figli rinunciarono all’eredità. Di sé stesso dice anche di esser capace di «fornirsi di la donna, taverna e dado».
Nella nostra poesia si legge che ai vini greci Cecco preferisce la cervugia, una cosiddetta fracida bevagna.
Se volessimo capire meglio di che cosa si parla, come in molti altri casi può venirci in aiuto il Grande dizionario della lingua italiana, per gli amici Il Battaglia.
Alziamoci, e sfogliamolo. A pagina 12 del terzo volume troviamo ciò che ci interessa: il lemma cervògia è definito «antico e letterario». Se facciamo un giro su internet e consultiamo la Treccani la definizione non è proprio uguale, ma ci siamo vicini. In ogni caso siamo di fronte a un’alternativa della parola “birra” che ha fatto molta strada prima di essere quasi del tutto dimenticata.
La cervugia, ci dice Il Battaglia, dalla lingua celtica era arrivata a quella latina: l’aveva chiamata cervisia Plinio il vecchio (Como, 23 d.C.-Stabia, 79), lo scrittore latino che al momento dell’eruzione del Vesuvio era a capo della flotta stanziata a Capo Miseno – morì soffocato dalle esalazioni del vulcano, mentre Pompei ed Ercolano venivano sommerse –, in uno dei 37 libri della sua enciclopedica Naturalis historia; e la parola, dopo un probabile passaggio in periodo medievale nella gallica – cioè la lingua parlata dai francesi prima che fossero tali – cervoise, sarebbe approdata infine nelle terre del volgare italiano.

Prima di Cecco, a Salerno, nell’ambito della cosiddetta “Scuola Medica Salernitana” nel xii-xiii secolo, il termine era comparso anche, onorato dalla maiuscola, nel Regimen Sanitatis Salernitanum, un godibilissimo trattato didattico-didascalico in versi in cui si legge, all’altezza del capitolo xvii:

De Cerevisia.
Non sit acetosa Cerevisia, sed bene clara,
De validis cocta granis, satis ac veterata

La Scuola salernitana a partire dal ix secolo fu la prima e anche la più importante istituzione medica dell’Europa medievale (o meglio, una libera aggregazione di dotti che insegnavano la materia). Sintesi della tradizione greco-latina con le più moderne nozioni arabe ed ebraiche, di cui importò in Occidente i più importanti trattati, rivoluzionò la medicina antica, introducendovi il metodo della profilassi e della prevenzione, e in parte anche la società: per esempio le donne, lì, per la prima volta furono ammesse a insegnare.
Il brano che abbiamo estrapolato dà per buona una birra chiara, proveniente da grani ben tostati e ben invecchiata. Descritta così fa gola, nonostante sia senza luppolo, come tutte le birre di origine latina.

Se quella di Cecco Angiolieri è una delle prime e più importanti attestazioni dell’uso della parola in volgare in letteratura, non è certamente l’unica.
Luigi Pulci (Firenze 1432-Padova 1484) fu autore giocoso, prima alla corte dei Medici e poi itinerante; il suo Morgante, stampato per la prima volta nel 1478, è uno dei poemi più singolari della letteratura italiana, pieno di avventure mirabolanti e divertenti, che recupera e reinventa in parodia la materia del ciclo carolingio, assumendo a protagonista un gigante le cui avventure costituiscono gran parte della trama.
Nel poema l’eroe Rinaldo, in una capanna, trova «un barlotto» (che sta per barilozzo) «pien di strana cervogia» che si scola non prima di aver mangiato pane e cervo alla giusta cottura, poiché anche allora «cervio molto cotto è poco sano».

continua)


Casa Fogliani è un’officina creativa nata a partire dall’obiettivo di valorizzare risorse e attività e prodotti enogastronomici d’eccellenza, con la possibilità di destinare delle risorse a uno scopo con valore sociale altrettanto eccellente: il progetto intende infatti reinvestire le marginalità realizzate dalle iniziative e con la vendita dei prodotti, tra cui due birre appositamente prodotte per conto della fondazione EDUCatt dal birrificio Argo di Lemignano di Collecchio (PR), in borse di studio, sostegno economico e servizi per studenti in estrema difficoltà.
Per ciascun anno accademico vengono attivati uno o più percorsi di laurea in Università Cattolica a favore di giovani in condizioni di estremo bisogno, di provenienza nazionale e internazionale. I beneficiari verranno sostenuti per tutto il periodo necessario al raggiungimento della laurea – fino a un massimo di cinque anni – e assistiti per agevolare l’ambientamento e lo svolgimento degli studi, con una verifica costante del mantenimento delle migliori condizioni per il raggiungimento del successo. Il sostegno prevede vitto, alloggio, vestiario, assistenza sanitaria, strumenti di studio, contributo economico per le spese quotidiane e il mantenimento, la possibilità di accedere al programma studentwork e tutto quanto è necessario per una vera accoglienza.
«Questa (non) è una birra» è la campagna che nasce per sostenere il progetto: perché la birra Clelia (una cream ale) ed Elettra (una amber ale) sono buonissime, ma soprattutto perché acquistandole o consumandole si contribuisce da subito, e concretamente, a un progetto ad alto valore sociale.

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