Pensieri di gioia: il Natale secondo Stevenson
Molti lettori credono di conoscere Robert Louis Stevenson perché conoscono l’immagine che egli ha proiettato sul mondo, quella di un narratore di storie girovago e appassionato, magari ubriacone come i suoi pirati. Niente di più lontano dalla realtà come svelano gli scritti religiosi pubblicati da Vita e Pensiero.
«Essere onesto, essere buono, guadagnare poco e spendere meno, rendere nel complesso la famiglia più felice con la propria presenza, rinunciare quando è necessario senza amareggiarsi, avere pochi amici ma questi senza riserve – soprattutto, alle stesse ferree condizioni, preservare l’amicizia con noi stessi», questi, secondo Robert Louis Stevenson, il grande scrittore di Edimburgo, noto in tutto il mondo per L’isola del tesoro e Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, sono i desideri di un uomo, per nulla facili da realizzare. Aggiunge infatti Stevenson che ha uno spirito ottimista chi contempla un’impresa simile sperando nel successo, e chi desidera di più possiede addirittura un animo ambizioso, perché qualsiasi scopo sia destinato all’uomo, egli non è nato per il successo: «la sorte assegnataci è il fallimento. Così accade in ogni arte e studio, ma soprattutto nella sobria arte del vivere bene».
Sebbene Robert Louis Stevenson non visse molto, appena quarantaquattro anni (dal 1850 al 1894), fiaccato dalla malattia che si portava dietro sin dalla prima infanzia, al tempo identificata con la tubercolosi, è stato senza dubbio uno degli autori più letti e stimati al mondo, venerato da Borges, Calvino, Nabokov e da chi lo incontrava, come gli abitanti dell’isola di Samoa, dove si era trasferito nel 1890, che lo soprannominarono Tusitala, che significa “Narratore di storie”.

Sermone di Natale e altri scritti religiosi edito da Vita e Pensiero e appena riascoltato giovedì 11 dicembre, grazie a un reading in musica a cura de “I giusti continuano a leggere” nella Cappella di Sant’Agostino del Campus di Milano e terminato con una degustazione con offerta libera in Container.9 a cura del progetto sociale di Casa Fogliani, non riporta altre storie narrate da Stevenson, magari perdute, ma, attraverso il saggio autobiografico Pulvis et umbra, le poesie e le preghiere composte per il rito serale nella casa samoana, e la ballata Natale sul mare, rischiara una zona d’ombra della storia dell’anima dell’artista che, nell’ultimo decennio della sua esistenza, dà prova di una filosofia del vivere, come scrive Alberto Manguel nella prefazione, «grata per le piccole e grandi benedizioni della vita», modesta perché assolutamente umana.
«Un conto è entrare storpi nel regno dei cieli, altro storpiarsi e restarne esclusi. E il regno dei cieli appartiene a chi si fa simile a un fanciullo; a chi si accontenta di poco, a chi ama e dona piacere […]. Gentilezza e gioia: ecco due valori che vengono prima di qualsivoglia morale; sono i doveri perfetti.»
Stevenson appare appagato dal mondo dal momento che il mondo esiste, a prescindere da qualsivoglia ricompensa o opportunità. Su questa terra l’uomo ha solamente da fare le cose al meglio delle sue capacità, senza sensi di colpa o paure, ma apprezzando il cammino stesso, attendendo, come scrive in una delle sue preghiere più belle, il ritorno della gioia.
«Noi siamo il male, o Signore, aiutaci a vederlo e a emendarci. Noi siamo il bene, aiutaci a migliorarci. Guarda ai tuoi servitori con occhio paziente, così come mandi loro sole e pioggia; guarda giù, chiama le loro secche ossa, spronale, vivificale; ricrea in noi l’anima del servizio, lo spirito della pace; rinnova in noi il senso della gioia».

