Fiore d’Aprile
Ad aprile la vita rifiorisce. Constatare quest’evento naturale offre di fatto l’impressione di una nuova speranza. Il fiore d’aprile è nella gemma che si schiude ed è nella danza della vita che è rinata.
Attraversi il bosco, tiepido aprile. Consoli da sempre il viandante. Pensieri leggeri
si uniscono alle resine dei pini, si fa chiara la mente come nuvola… entri dentro le case, tiepido aprile risvegli all′amore gli amanti. Mi affido al vento, ai profumi del tempo, agli umori delle stagioni, a meridione.
(Tiepido Aprile, F. Battiato-M. Sgalambro).
Aprile entra dentro le case. È entrato anche nella tormentata casa del nespolo ad Aci Trezza dove vivevano i Malavoglia di Verga: anche la casa del nespolo sembrava avesse un’aria di festa; il cortile era spazzato, gli arnesi in bell’ordine lungo il muricciuolo e appesi ai piuoli, l’orto tutto verde di cavoli e di lattughe, e la camera aperta e piena di sole che sembrava contenta anch’essa, e ogni cosa diceva che la Pasqua si avvicinava; insomma un momento di rinascita in cui risulta leopardianamente emblematico che fin le povere ginestre della sciara [colata lavica dell’Etna solidificata] avevano il loro fiorellino pallido.
Possiamo immaginare aprile entrare al suono del cuculo nella casa di un uomo tutto intento a riparare il suo orologio a pendolo e che questi, toccato da quel cucù, esca di casa attraversando una città affollata di sole fino a raggiungere il verde appennino rifiorito, pronto alla festa d’aprile e incline al ballo, se questo è il Valzer d’Aprile di Riccardo Tesi, o il Ballo d’Aprile e Fiore di Aprile di Ambrogio Sparagna, due dei massimi maestri di organetto italiani, entrambi nutriti nella loro attività di esecutori e compositori dalla ricerca etnomusicologica del nostro Paese.
Non sappiamo invece in che momento dell’anno Francesco De Gregori abbia immaginato il suo Gambadilegno recarsi a Parigi per una visita ortopedica alla gamba. Gambadilegno la sera prima della visita dorme in una stanza di albergo senza ascensore (più sfortunato di così!) e sogna Atene, e sogna un mare senza onde. Poi però dice “Dottoressa chiamata Aprile che conosci l’inferno portami via da questo inverno, portami via da qua”. La visita sembra esser andata bene e lui, Lazzaro di Notre Dame, gira per Parigi con il cuore in festa, e cammina, ballerino di samba, innamorato e ridicolo e attraversa la strada e guida la banda…piace pensare che ciò sia avvenuto per l’appunto in aprile.
Nel film Aprile di Nanni Moretti la vita danzante (I. Fossati, La Canzone Popolare) che questo mese reca con sé ha visitato la casa del «pasticciere trotzkista isolato calunniato che solo nel suo laboratorio fra le sue paste e le sue torte è felice e dimentica e balla» e tutto si risolve meravigliosamente nel mambo… E allora mambo! direbbe Vinicio Capossela.
Nel medioevo a Pasqua, cioè nella prima domenica dopo la luna piena di primavera, quindi quasi sempre ad aprile, si organizzavano danze o nella navata o nel chiostro, a imitazione di quel Logos incarnato, Cristo, “primo danzatore nella danza mistica”. Pasqua, in ebraico ‘pesach’, in greco ‘pascha’, significa ‘passaggio’, passaggio verso la promessa che la vita non muore ma si trasforma in eterno. Uno dei fiori più belli di Mario Luzi evoca principalmente questo passaggio:
Aprile, festa vagabonda –
ci apre ad una ad una
le sue bianche barriere,
si approssima, ci chiama
nel suo aereo grembo
la numinosa lontananza;
ci stringe poi da presso
con accese fioriture
ci invita e ci accompagna
lei, l’infinita itineranza.
C’è
– non la contiene aria né erba –
c’è una esultazione straripante
da uno ad altro trillo
di giubilo e di canto
dilaga l’avvenuto evento,
la resurrezione flagra in forma di alito
e di vento per tutto l’orizzonte.
Festa di guarigione dal gelo e dalla morte
che scendi a celebrarti
nell’aperto campo e sali
al sole per la reintegrazione
di vita nella vita, toglici,
ti prego, dalla morsa,
nunc et semper.
Tutto ciò non serve a eliminare il dolore, ma a dischiudere la possibilità esistenziale della speranza, e questo forse di per sé elimina un po’ di dolore. Comunque, quell’ode alla gioia in quella nona sinfonia in re minore non era un’illusione neuronale, era proprio il primo fiore della sordità che colpì Beethoven.
E Ti viene voglia di volare in alto e da lassù distribuire in dono la tua anima. (Odisseas Elitis, Diario di un Invisibile Aprile, Crocetti trad. Paola Maria Minucci), e come canta il già citato De Gregori nella sua A Pà dedicata a Pasolini: e voglio vivere come i gigli nei campi, come gli uccelli del cielo campare e voglio vivere come i gigli nei campi e sopra i gigli nei campi volare.
E questo desiderio espresso in modo così poetico da De Gregori non è proprio l’invito di quell’uomo di Nazareth in Matteo 6, 26-34? Infatti, quell’uomo poi va cercato trai vivi, non più fra i morti…
Adesso è più facile ricordarsi che non hanno preso tutti i miei fiori, non hanno preso tutti i miei passi: posso fiorire con i miei fiori perché c’è un mattino su ogni rovina, e c’è un mattino su ogni sconfitta.
Così scriveva Michele Gazich nella canzone Il mio Mattino, contenuta in un disco significativamente intitolato Il giorno che la rosa fiorì, e appena riedita, proprio nel corrente aprile, dallo stesso Gazich con Giovanna Famulari e Moni Ovadia.
Il fiore sboccia ad aprile; ucciso ogni tipo di morte, la vita cambia forma e risorge.
Adone (Adonai in ebraico) sanguina, e dal suo sangue fiorisce l’anemone. Dio muore, Dio risorge; e così nel risveglio di aprile si cela la promessa e la speranza di uno spirito che si rinnova per sempre. E allora Gambadilegno avanti avanti, avanti marsch!
[Nell’immagine di copertina: miniatura di Aprile dalle Les Très Riches Heures du Duc de Berry]

