Era de maggio
«Ecco qua maggio che viene piano piano con rose e fiori la spiga nel grano e se ne venga maggio»… se qualcuno in questo mese attraverserà l’Appennino a piedi, allora potrà udire facilmente canti di concordia nei cori di chi ritualmente in questo periodo va in giro a cantar maggio, appunto.
Àlzati, amica mia,
mia bella, e vieni, presto!
Perché, ecco, l’inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n’è andata;
i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire
nella nostra campagna. (Cantico dei Cantici 2,10-12)
Il tempo del canto è dunque tornato. Sulle note di A L’Entrada del temps clar, all’inizio della luminosa stagione, come suona il primo verso di questa bellissima canzone occitanica, comincia la festa.
E la festa per sua natura dovrebbe sospendere il lavoro quotidiano: e allora auguri a tutti e che siano benedette le rivendicazioni dei lavoratori, soprattutto di quelli più umili confinati ai margini della intelligente società e artificiale. Squilli un inno di alate speranze, al gran verde che il frutto matura a la vasta ideal fioritura in cui freme il lucente avvenir. All’anarchico Pietro Gori che nel 1892 a Milano ha composto il testo dell’Inno dei Lavoratori (mentre la musica è il verdiano Va’ Pensiero) è venuto istintivo il connubio tra risveglio della natura e redenzione sociale.
Per la rifioritura cosmica così evidente in questo periodo e per la speranza di giustizia e di rinnovamento che questa ciclica e naturale rigenerazione delle cose intrinsecamente reca in sé, occorre festeggiare il maggio, occorre organizzare una festa creando uno stato sospeso di pace in cui alberghi la pace della festa e si diffonda la festa della pace.
Ma… non è strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo stonasse con il ritmo delle piante al sole sui balconi (F. Battiato, Il Re del Mondo)? È certamente strano, eppure è primavera, è primavera e qui c’è ancora la città, qui c’è la gente dentro ai bar il cielo è sopra la città e ci difende e sempre ci accompagna (A. Mirò-E. Ruggieri, Primavera a Sarajevo).
La primavera è più forte, la rigenerazione di maggio ci proietta più in avanti sul piano escatologico se è vero, com’è vero, che questo mese in bilico fra Calendimaggio e i riti romani dedicati alle dee che vegliavano sui fiori è stato dedicato fin dai tempi del saggio re Alfonso X di Castiglia a quella Madre della Sapienza, umile e alta più che creatura, che nel suo presagio del trionfo dello Spirito magnificando Dio già esultò cantando: ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote! (se si segue il link sotteso si ascolterà il magnifico sospeso Deposuit dal Magnificat del Vespro della Beata Vergine di C. Monteverdi).
Notevole è poi l’utilizzo del tempo perfetto all’interno della visione.
Eppure, in uno stato anteriore e non condizionato quella cosa nuova proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? (Isaia, 43,19).
Maggio entra sicuro, avanza piano piano «con rose e fiori e la spiga nel grano», come recita Maggio del Crinale, un canto tradizionale del Cantar maggio, antica tradizione tutt’oggi diffusa in Italia centrale, in particolare sulla dorsale appenninica, e molto viva attualmente nella zona delle Quattro Province (Alessandria-Genova-Piacenza-Pavia).
Questo movimento induce concretamente il seme, quindi la vita, a germogliare e a crescere. «Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso (n.d.r. il seminatore) non lo sa» (Marco, 4,27).
Il terreno produce misteriosamente in modo spontaneo prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Lo fa “a prescindere”.
Maggio se ne va (Pino Daniele), siamo fuori tempo per una camminata umbra fra il Calendimaggio di Assisi per assistere al palio fra La Nobilissima Parte de Sopra e la Magnifica Parte de Sotto (si parla di Assisi, che ricorda la divisione bergamasca tra Berghem de sura e Berghem de sota) e la corsa dei ceri di Gubbio nel giorno di sant’Ubaldo.
Ma siamo nel momento e nel luogo giusto per un sorso di acqua a Santa Maria alla Fontana a Milano, è il mese suo, chiesa nel quartiere Isola costruita presso una fonte d’acqua sotterranea carica di virtù taumaturgiche.
E del resto fu intorno a una fontana che a maggio ebbe luogo un meraviglioso incontro d’amore: de te, bellezza mia, me annammuraje, si t’arricuorde, ‘nnanze a lla funtana: l’acqua llà dinto, nun se sécca maje, e ferita d’ammore nun se sana. Nun se sana: ca sanata, si se fosse, gioia mia, ‘n miezo a st’aria mbarzamata, a guardarte io nun starria, vale a dire mi innamorai di te, bellezza mia, se ti ricordi proprio davanti alla fontana: l’acqua là dentro non si secca mai e la ferita d’amore non si sana. E non si sana perché se fosse sanata, o gioia mia, io non sarei qui a contemplarti in quest’aria imbalsamata, cioè nell’atmosfera sospesa dell’incanto: una citazione da Era de Maggio, caposaldo della canzone napoletana con testo di Salvatore Di Giacomo, ma moltissimo tempo addietro, in una parte del mondo più a est di Napoli, vicino a una fontana, o meglio a un pozzo antichissimo, si discuteva di un’acqua ca nun se secca maie, un’acqua d’amore e di vita eterna…
Come raccontano i cantastorie: «E bene venga maggio e maggio l’è venuto!»
[La foto di copertina rappresenta gli abitanti di Assisi in festa per il loro Calendimaggio; è tratta dall’articolo “Cantare il Maggio” pubblicato da Michele Santoro il 15 maggio 2013 su Blogfoolk consultabile liberamente al seguente link: https://www.blogfoolk.com/2013/05/cantare-il-maggio.html

