Per l’educare al centro della politica: su “Scuola. Educare quando tutto sta cambiando” di Marco Rossi-Doria
Una fotografia sullo stato dell’arte ma anche e soprattutto un’agenda educativa della Repubblica. L’invito di Marco Rossi-Doria all’azione per la rinascita della scuola democratica
«Il paesaggio educativo nel quale siamo tutti immersi dal tempo nel quale si sono formati almeno i tre quarti degli italiani è cambiato, in modo definitivo». Parte da questa constatazione il libro di Marco Rossi-Doria su scuola ed educazione. L’epoca in cui ci è capitato di vivere è segnata da trasformazioni tanto repentine quanto profonde. Il crollo demografico, il disequilibrio della biosfera, le disuguaglianze sociali in aumento e la pervasività delle nuove tecnologie digitali — prime tra tutte l’intelligenza artificiale — pongono interrogativi radicali al sistema educativo. In questo contesto di profonda incertezza, in cui sembra smarrito il senso stesso del trasmettere e dell’apprendere, si inserisce il volume di Marco Rossi-Doria, Scuola. Educare quando tutto sta cambiando, pubblicato da Vita e Pensiero nella collana «Piccola biblioteca per un Paese normale», con la prefazione di Matteo Maria Zuppi.
Rossi-Doria — figura di riferimento della pedagogia italiana, maestro elementare dal 1975, pionieristico “maestro di strada” a Napoli e Roma, già Sottosegretario all’Istruzione e presidente dell’impresa sociale Con i Bambini — firma un’opera che è al contempo una lucida diagnosi dello stato della scuola e una chiamata all’azione. È necessario ripensare l’educazione nel tempo della frammentazione per una scuola del «noi».
Uno dei concetti centrali dell’opera, infatti, è l’idea di scuola come bene comune nel quale le vocazioni educative e di apprendimento si saldano in una struttura cooperativa, circondata, per quanto possibile, anche dalla funzione educativa della comunità.
In un tempo dominato dalla frammentazione individuale e da un utilizzo del digitale spesso isolante, Rossi-Doria ribadisce un principio pedagogico irrinunciabile: i giovani non apprendono mai da soli, né tantomeno attraverso programmi digitali ritagliati su misura sul singolo utente, bensì all’interno di una dimensione relazionale e comunitaria.
La riflessione dell’autore si oppone alla logica dell’affidamento passivo alle piattaforme social o agli strumenti d’intelligenza artificiale come scorciatoie educative. Sono i contesti di partecipazione attiva con la presenza dell’altro, il confronto tra pari e la guida adulta a rimanere centrali. Educare, tanto più oggi, non significa somministrare contenuti o delegare alla tecnologia il compito di intrattenere, ma creare le condizioni affinché i ragazzi possano prendere possesso del mondo attraverso la conoscenza rigorosa, l’esperienza diretta e la responsabilità.
Come sottolineato dal cardinale Zuppi nella prefazione al testo, l’atto stesso di educare e di credere nella scuola si configura oggi come un «atto di speranza radicale». La scuola italiana conserva un patrimonio inestimabile di inclusione — dimostrato dall’accoglienza di alunni stranieri o con disabilità e dall’impegno quotidiano di tanti docenti ed educatori —, ma è anche soffocata da criticità strutturali. Tra queste, l’autore, utilizzando sapientemente i dati disponibili, mette in luce la povertà educativa e i divari territoriali, la carenza di fondi e una burocrazia pervasiva che rischia di schiacciare la passione pedagogica.
In Italia, infatti, circa una persona su dieci vive in una condizione di indigenza (il 9,8% della popolazione), per un totale di oltre 5,7 milioni di individui. Questo dato ha subito una progressione terribile. In dieci anni, dal 2014 al 2024, il numero di individui in stato di povertà assoluta è passato da 4 milioni circa a oltre 5,7 milioni, con una crescita del 38%. La povertà assoluta o indigenza riguarda quindi il 13,8% dei bambini e dei ragazzi da 0 a 18 anni, per un numero assoluto di 1,3 milioni. Vuole dire, come sottolinea Rossi-Doria, che quasi un povero su quattro è minorenne, in un paese che fa pochi figli e che ha una popolazione di minori appena del 15%.

Il libro di Rossi-Doria non è però solo una fotografia dello stato dell’arte ma è anche un invito a cambiare le cose. Il capitolo finale, Per un’agenda educativa della Repubblica, è molto chiaro in tale indirizzo e, analizzando i punti di forza e di debolezza, propone alcuni suggerimenti di buon senso: la stabilizzazione dei docenti di sostegno e dei mediatori culturali a supporto degli studenti stranieri, l’integrazione tra scuole e territorio, la ricostruzione dei riti di passaggio, l’introduzione del servizio civile obbligatorio, un orientamento strutturato alla fine della secondaria di I grado, il superamento del sistema della bocciature, l’offerta di sport per tutti e la garanzia di vacanze estive.
In conclusione, indica poi sette priorità, che si riassumono nell’assistenza alle famiglie più povere con i figli (a partire dall’assegno unico fino all’estensione dell’offerta dei nidi), nell’offerta del tempo pieno in primaria e in secondaria di I grado con didattiche che si pongano l’obiettivo di assicurare le conoscenze di base, nello slancio all’edilizia scolastica, nel rafforzamento del Fondo di contrasto della povertà educativa minorile, nella creazione di aree di sviluppo nelle aree a forte dispersione, nella concessione della cittadinanza a chi frequenta le scuole italiane, nella ricostruzione di una regia politica e nazionale che si occupi sul serio di scuola.
La scuola deve essere riparata e si deve porre l’obiettivo di contrastare il fallimento educativo, sconfiggendo la povertà educativa e civile, per dare a tutte le persone la possibilità di diventare cittadini consapevoli. Per raggiungere questo obiettivo, Marco Rossi-Doria ci ricorda che l’educare deve avere la priorità nell’ordine del giorno di tutta la politica, poiché esso non è un compito delegabile a singoli specialisti, ma un impegno collettivo che riguarda l’intera società democratica.
crediti foto: Tho-Ge Pixabay

