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A corpo a corpo con la parola: la cinquina del Premio Strega Poesia

Aspettando ottobre e la proclamazione del libro vincitore, l’estate è una buona occasione per leggere i libri della cinquina della IV edizione del Premio Strega Poesia.

«Dagli sconquassi dei climi | forse verranno desolazioni, | gli indizi annunciati di una fine, | il fuoco. || Oh, venissero invece prepotenti | dei ringiovanimenti | con fantastiche regioni tropicali | col regno dei pitoni, e giù carponi | nelle nuove giungle giù strisciasse | ancora l’animosa carovana…» (Tiziano Rossi, Il brusio, p. 33).

Anche quest’anno l’appuntamento più atteso con la parola poetica si rinnova in occasione della quarta edizione del Premio Strega Poesia, l’osservatorio nazionale più prestigioso sulla produzione contemporanea in Italia.
In un panorama culturale sempre più frammentato e non semplice da decifrare, il premio riesce a puntare i riflettori su un’arte che non smette di interrogare il nostro tempo, regalandoci una carovana di libri da leggere da cui solo poche pagine arriveranno a destinazione. 

Se le prime edizioni hanno visto trionfare Vivian Lamarque con L’amore da vecchia (2023), Stefano Dal Bianco con Paradiso (2024) e Tiziano Rossi con Il brusio (2025), il libro vincitore di quest’anno sarà da scoprire tra Procne Machine di Carmen Gallo (Einaudi), Godzilla e altre poesie di Federico Italiano (Guanda), Maniere nere di Isabella Leardini (Mondadori), La linea spezzata di Fabrizio Lombardo (Donzelli) e Faldone di Vincenzo Ostuni (Il Saggiatore). Un manipolo di testi che si distingue per una spiccata eterogeneità di voci, capaci di muoversi tra la verticalità del mito, la confessione civile e lo scavo antropologico.

Ad aprire la selezione è la voce densa e mitopoietica di Carmen Gallo con Procne Machine. Il testo si configura come un racconto e un viaggio doloroso all’interno di una geografia interiore in cui l’antica e brutale violenza del mito ovidiano di Procne e Filomela (la prima trasformata in rondine, la seconda in usignola) diventa una macchina di metamorfosi in cui la violenza della storia sui corpi femminili si ripete. Attraverso una scrittura polifonica, tra prosa, riscritture, poemetto, traduzioni ed ecfrasi, il testo unisce il dramma classico a riferimenti moderni, esplorando la brutalità del trauma e il tentativo di trovare un canto e una narrazione che abbiano senso. Gallo fonde la forza incantatoria del verso e l’esattezza della riflessione saggistica, cercando tra le macerie la testimonianza di un canto a venire: «Poi le suggerisce di scrivere sulla sabbia ciò che le è accaduto, le mostra come tenere un bastone stretto tra i denti e come guidarlo con i piedi. Lavinia esegue, usa una parola per il fatto, due per i nomi. Stuprum. Chiron. Demetrius» (p. 46).

Di diversa natura è l’immaginario proposto da Federico Italiano con Godzilla e altre poesie (Guanda). Il libro è una raccolta di residui, scarti e presenze, nel cui paesaggio il mostro del titolo rappresenta il simbolo di un mito moderno a bassa intensità generato dai consumi e dalle narrazioni del nostro tempo. Dalla catastrofe generazionale di Chernobyl alla pianura padana trasformata in una discarica, l’io poetico si confronta con l’angoscia dell’attesa attraverso una lingua nitida e pervasa di allegorie: «Pelle | aggrottata | lingua del passato, | duna, radioattiva spiaggia | intertidale, pergamena o lenzuolo, | ti indosserò fino alla fine, senza cedere nulla, | neanche un millimetro, neanche una molecola, pel- | le» (p. 40).

Con Maniere nere (Mondadori) di Isabella Leardini la giuria del Premio Strega ha deciso di proporre un esempio di lirica contemporanea. Il titolo riprende una tecnica di incisione calcografica, per cui l’immagine emerge come bagliore sottratto all’oscurità, lavorando dallo scuro al chiaro. Manifestando così simbolicamente la sua strategia letteraria, Leardini tenta di orchestrare un’ossessiva tessitura musicale, con versi che giocano in abbondanza con le figure retoriche, recuperando i topos della tradizione: «Non è spazio a cui appartenere | la rinuncia del fiore più alto. || Rinuncia stellata di magnolia | è fiorire soltanto per il cielo, | rinunciare a fiorire prima ancora | di sapere che non si potrà fiorire» (p. 44).

La rilettura della storia e della memoria è invece il nucleo attorno a cui gravita La linea spezzata di Fabrizio Lombardo (Donzelli). Il libro si muove su un doppio binario: l’orizzonte pubblico dell’Italia dagli anni Settanta e dalle lotte operaie a oggi, e il piano privato della crescita individuale e del lutto familiare. Con una lingua essenziale, nuda e contratta, Lombardo fotografa le fratture generazionali e la discontinuità del tempo vissuto, proponendo un’interrogazione profonda e priva di nostalgie: «come conciliare la tua cultura di un Sud bigotto | anni cinquanta con la disciplina della lotta armata | imparata in fabbrica? fermo alla catena di montaggio. | ricucire i morti con la fede» (p. 30).

Chiude la cinquina la prodigiosa opera di Vincenzo Ostuni, Faldone (Il Saggiatore). Frutto di un progetto di scrittura tuttora aperto e progettato per essere interminabile, l’opera, che si presenta come un’autentica opera-mondo in perenne mutamento e che è reperibile al sito https://www.faldone.it/, in questa forma raccoglie le scritture di oltre trent’anni (1992-2024). Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. Come suggerisce la nota editoriale: «un faldone è una grossa cartella e nessun faldone è chiuso per sempre: nuovi fogli possono esservi facilmente infilati, altri possono esserne sottratti e sparire». Il “faldone” è dunque l’unità di misura della memoria amministrativa, un luogo dove le informazioni si accumulano senza una gerarchia narrativa precostituita. In questo Faldone di oltre 700 pagine, di faldoni ne troviamo ben 99 impaginati in senso orizzontale per contenere la lunghezza, anche questa prodigiosa, della forma versale che è molto lunga e frastagliata. Attraverso le sezioni tematiche strutturate in monologhi e dialoghi, Ostuni riversa nel testo un’intera esperienza vitale che unisce politica, erotismo, linguaggio e infanzia, attingendo alla lezione delle avanguardie novecentesche per raccogliere il caos provvisorio della storia collettiva: «(«Raccogliamo le immondizie d’Occidente», ti dico; « le mettiamo nei sacchi alla rinfusa | ci mettiamo dio e la morte, ragione e immaginazione, itinerarium mentis, Storia, scienza, eros; | agape, spirito e predestinazione; | utopia, felicità, mercato, diavolo; | e per ultimi significante, significato, significazione; | ne facciamo poi file ordinate, di tre o di sette o dieci; || infine, come il barbone scalzo e scappellato – quello di piazza dell’Unità, qui a Roma, che è scomparso – | riuniamo in tutto un unico faldone: […]».

In attesa della proclamazione finale, la cinquina della IV edizione del Premio Strega Poesia ci consegna una certezza: chi scrive poesia continua, come ha scritto Italo Testa, «a cercare un corpo a corpo con singoli vocaboli» con il proposito di attivare un dialogo con una lingua mai doma. Cinque percorsi diversi che, pur nella loro specificità formale, condividono lo stesso strenuo tentativo di pesare le parole, restituendo densità e senso al nostro stare al mondo.

Simone Biundo

Simone Biundo (Genova, 1990), poeta, è insegnante di lettere a Genova in una scuola secondaria e editor della rivista «VP Plus». Ha pubblicato poesie su «Neutopia», «Margutte», «Poesia del nostro tempo» e «Nuovi Argomenti». Per Interno Poesia è uscito il suo primo libro di poesie, "Le anime elementari" (2020). Nel 2025 per la collana "distonia" di ExCogita ha pubblicato il poemetto "così". È fondatore del collettivo di poesia contemporanea , poet. -. Qui in EDUCatt collabora come ghostwriter e web content manager.

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