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L’estate degli invisibili

Ci sono, nelle albe estive, paesaggi che a guardarli fanno riflettere: sono persone, oggetti, rifiuti che restano lì fino alla prossima pioggia e nessuno li vede, nessuno li incrocia, finché non si disfano e scorrono via, con l’acqua di un temporale.

La città dell’alba è sporca. Col caldo le macchie sull’asfalto si fanno più scure e i cani impazziscono, disorientati tra gli odori che sono messaggi lasciati dai visitatori che li hanno preceduti; girano in tondo, avanti e indietro, a strappi, e i padroni con loro.
Un anziano pelato, con una barba grigia che si spande dallo spigolo di una faccia acuta, si curva, spruzza acqua in un angolo e poi si rialza a fatica.
Come fantasmi tra gli alberi radi si scorgono ombre dalle spalle incassate, gente intenta a vivere vite altrove, ciechi come i degenti di Saramago.
Sui marciapiedi maleodoranti e ingombri ticchettano passi di donna, frettolosi e come preoccupati di andar diritti al punto; un passante immerso nell’acqua di colonia a buon mercato lascia una traccia che si segue, a volerlo, anche a distanza, e si confonde e si mescola e si fa tutt’uno con gli odori che salgono dalla strada.

Ai tavolini equivoci di bar dalla cattiva reputazione, dove si servono brioches fredde e dure a tutte le ore, siedono in canottiere nere guardiani di traffici che qui si fanno ad alta voce, tatuati di affreschi complessi, gli avambracci stanchi puntati sui gomiti e questi sui piani di formica ingrigita dal sole, volgendo le spalle a magri camerieri dell’altra parte del mondo che parlano, già ora, a fidanzate lontane, soffiando in auricolari invisibili dei sorrisi bianchi che per un attimo potresti scambiare per cortesia.
Sulle sedie che guardano alla buca della metropolitana si sfilacciano vecchi curvi e scuri; hanno scarpe sformate e i vestiti frusti e rigidi, lunghi capelli candidi e occhi lontani che fissano un vuoto acquoso, e mancano di ascoltare i verbosi argomenti che donne consunte, in libertà vigilata, spargono come fiati alcolici quasi concreti e visibili nell’aria ferma.
Ai bordi di un’aiuola, seduto tra gli arbusti che crescono per uno sfalcio che non si controlla affatto, un uomo legge.

È una città popolata, che si muove alla luce senza guardarsi allo specchio – mentre il sole s’alza sul viale lungo e l’attraversa a perpendicolo, già dal principio del suo viaggiare – e s’avvia sempre da qualche parte, tra un cozzare di vetro che cade e un abbaiar di cani che si contendono il territorio da un balcone all’altro e si squadrano puntandosi da lontano. Questi, scoiattoli grigi battono la coda sull’asfalto sfidandoli a una caccia antica; ma loro, ormai cittadini, li puntano un attimo e poi ci ripensano, obbedienti al richiamo delle case accalorate che li attendono, all’ombra delle persiane semiabbassate.

Da qualche finestra aperta, in fondo a un cortile nascosto si sente il verso indistinto di un mugolare la sofferenza, un lamentìo indifferente al riposo che è quasi la litania di un cantare dolente, in sottofondo.
I piccioni, con un becchettare ottuso, spazzano i marciapiedi sotto lo sguardo di vetro dei corvi che condividono la stessa livrea ma hanno becchi puntuti, coi quali rumoreggiano sulle cime di spazzature ordinate, rovesciando cartoni di pizza.

È l’estate degli ultimi, che dormono quando capita e vegliano per lo più su dolori di cui non sanno ricordare l’inizio, che portano dentro ferite e non trovano, mai, il loro posto in società.

È l’estate calda di quelli che sperano che non piova, mentre si rivoltolano sui pavimenti di abusivismi senza cielo, lavori bloccati prima di diventare case di lusso, cercando una frescura che non arriva ma temendo l’acqua che li inzupperebbe senza rimedio.

Mentre un popolo intero solleva a fatica valigie ingombranti come scudi da oplita verso bagagliai d’auto che paiono traghetti pronti a inghiottirli interi, e s’avviano a viaggi da conestoga con l’aria condizionata, restano a terra le cartacce di scontrini lunghi quanto la fame dei passanti dagli occhi bassi che trascinano, salmodiando invettive all’aria, passi sempre più stanchi.

È l’estate degli invisibili, che stanno con le mani in mano e non hanno da compulsare messaggi o notizie sui cellulari – al massimo guardano video che li spaventano affascinandoli – cui nessuno, come a una festa con casuario in un romanzo d’esordio, si avvicina credendoli nudi e matti, e come tali in grado di dire la verità e guardare con altri occhi il mondo reale, questa città sporca e puzzolente che come Bay City li trattiene e li rigetta nella calura senza chiedere niente, soltanto ignorandoli e con ciò già in qualche maniera accogliendoli.

Letture e letterature

Kundera, La vita è altrove, Milano, Adelphi 1992
Raymond Chandler, Blues di Bay City, Milano, Feltrinelli 2007
Leonardo San Pietro, Festa con casuario, Palermo, Sellerio 2025
José Saramago, Cecità, Milano, Feltrinelli 2025

[foto di copertina © Pandora Lapoudre, qualche tempo fa]

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