Tornare a una spiritualità del dono
Si è appena conclusa nei campus di Piacenza e Cremona dell’Università Cattolica la Settimana del Dono, la nona edizione dell’appuntamento annuale dedicato al dono come via concreta alla fraternità e alla pace. Occasione preziosa, questa, per ritrovare nelle parole di don Lorenzo Mancini, Assistente Pastorale dell’Università e docente di Teologia, una riflessione su un tema attualissimo e insieme complesso e profondo: siamo ancora capaci di donare? E siamo ancora capaci di ricevere?
Come siamo diventati goffi e impacciati quando facciamo o riceviamo un dono! Volendo restare solo nell’ambito delle forme più semplici e quotidiane di dono, come il regalo, ci accorgiamo che qualcosa non va.
Riceviamo un regalo e la prima cosa che diciamo è “Non dovevi”. E perché non avrebbe dovuto? Infatti, poi, non ha dovuto, ma ha voluto. E quando siamo noi a fare un regalo la situazione peggiora: premettiamo “no, ma…è una stupidaggine”; con prontezza e ironia sarebbe proprio il caso di rispondere “Se è una stupidaggine, puoi anche tenertela; perché dovresti darla a me?”.
Sembra che il marketing e la customer satisfaction abbiano profanato anche la mistica del dono e non credo di esagerare nel parlare di mistica. Non entro qui nella questione di che cosa sia diventato oggi fare regali, ma siamo sicuramente molto lontani da una dimensione simbolica dove il regalo dice qualcosa in ordine alla meravigliosa dinamica del donare/accogliere: siamo ancora in grado di gustare il fatto che «si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20, 35) o siamo stati talmente stressati e inariditi dalle logiche consumistiche fino a ritenere, al massimo, che il tutto si muova nella sfera dell’educazione o della convenienza? «Beati» dice il testo degli Atti degli Apostoli; non contenti, soddisfatti, risolti o compensati.
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3, 16), quel Figlio che, a sua volta, «pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2, 6-7): questo è per il cristiano il modello alto del donare, ma non così irraggiungibile — ci ha raggiunti Lui — da non poter essere praticato nelle vicende di ogni giorno, fosse anche il fare un piccolo regalo.
Invece tutto sembra così convenzionale, formale che nessuno ha più il coraggio di pensare (e, perché no, di dire) che in un gesto o un oggetto possa esserci molto (quasi tutto) di noi per l’altro: quanti teologi e filosofi (Florenskij, Lévinas, Mauss solo per citarne alcuni e limitandoci all’età contemporanea) hanno riflettuto e/o meditato sul valore del dono, descrivendo con parole mirabili tutta la portata e l’intensità del donare e dell’accogliere.
Capiremo meglio e invertiremo certe tendenze quando, considerando la nostra vita, ci accorgeremo innanzitutto di essere già immersi in un’esperienza di dono asimmetrico e difficilmente ricambiabile che va ben al di là di un pur nobile sentimento teso a ‘fare del bene’ o a far sì che ‘le cose vadano bene’; a noi è chiesta la logica evangelica del seme, che, per portare frutto, molto frutto, non deve trattenere la sua vita di seme, ma farla esplodere nella feconda bellezza di una pianta. Ma, lasciando perdere le tendenze alimentari, almeno sul piano spirituale, talvolta, sembriamo proprio regrediti a mangiatori di semi e non più di tutto ciò che l’amore e la pazienza potrebbero portarci.
Ci sentiamo più belli, più bravi, pianificatori e utilizzatori delle situazioni, piccoli Prometeo del quotidiano, ma, in realtà, finiamo per essere un po’ come pecore senza pastore, raminghe e impaurite in balia di luci e segnali più o meno ingannevoli.
Ma c’è un rimedio a questa tendenza che noi percepiamo come evoluzione performante e professionalizzante, ma che in realtà è una lenta e progressiva disumanizzazione? Certamente: è l’agostiniano invito a ritornare in noi stessi dove abita la verità che ci fa liberi, belli, buoni, capaci di amare in modo non possessivo e capaci di donare in modo non interessato. Allora lo stupore tornerà ad accendersi e con lo stupore la voglia di donare, perché un dono ci ha preceduto.
Hai visto mai che i prossimi regali di Natale siano l’occasione buona per cominciare?
[nell’immagine di copertina: illustrazione per il murale «Il grande dono» di Edoardo Nardin, Pordenone 2024; fonte: Un murales per raccontare il potere de Il Grande Dono | AIDO FVG]

