Il mito è vivo e sta bene, tra cinema, narrativa e poesia
Nei giorni in cui in Attica si svolgevano i misteri eleusini, riti segreti e oscuri dedicati a Demetra, sono stati assegnati il Premio Nobel ad Anne Carson e il Premio Strega a Carmen Gallo, autrici di libri che rifunzionalizzano il mito. Una tendenza più che viva, come dimostrano il film Odissea di Nolan o i bestsellers di Madeline Miller.
Forse non c’è nulla di più contemporaneo dell’antico se, come sosteneva Károly Kerényi, la creazione mitica è la rappresentazione degli archetipi che rivelano sfere importanti della psiche. Quando, come oggi, la realtà circostante appare troppo complessa, frammentata, veloce per essere interpretata con le sfuggenti categorie del presente, quando le vorticose immagini dell’oggi ci accecano, la cultura può compiere un tuffo all’indietro nel tempo. Non necessariamente alla ricerca della nostalgia, quanto piuttosto nel tentativo di recuperare potenti racconti in grado di spiegare la realtà alla nostra mente attraverso metafore e simboli.
Solo in quest’ultimo anno abbiamo avuto la prova di quanto la rifunzionalizzazione del mito sia stata praticata e abbia avuto eco. Il celebre regista Cristopher Nolan ha girato Odissea, la poeta Anne Carson, nota per la sua capacità di fondere mito e contemporaneità, ha vinto il Premio Nobel per la letteratura, e in Italia il Premio Strega Poesia è stato vinto dal libro Procne Machine di Carmen Gallo.
Il mito attraverso le sue infinite e potenziali variazioni costituisce da sempre un formidabile dispositivo euristico, una lente capace di mettere a nudo le nevrosi, le fratture e i desideri. Inoltre, negli ultimi anni, praticare la riappropriazione del mito significa anche strappare la narrazione classica alle sue stratificazioni patriarcali o celebrative per restituirle carne, trauma, opacità e voce.
Christopher Nolan, per esempio, nel suo monumentale adattamento dell’Odissea, ha letto tra le pagine del mito omerico le righe per un’indagine sulla colpa e sul tempo. Questo nuovo Odisseo non è solo un eroe ma è anche e soprattutto un reduce, un uomo frantumato dal trauma della guerra di Troia, ossessionato dal ritorno e incapace di ricucire la propria identità.
Il mito omerico, qualche anno fa, era stato riportato all’attenzione mondiale dalla prosa di Madeline Miller: con romanzi come La canzone di Achille e Circe, l’autrice statunitense ha riscritto i margini dei poemi omerici. Miller ha compiuto un gesto politico e letterario potente, accentrando l’attenzione su personaggi tradizionalmente secondari, come appunto la maga o Patroclo, rendendoli i centri di gravità della storia. La sua scrittura dimostra che cambiare il punto di vista equivale a rifondare le prospettive del classico, non tradendone l’architettura.
Ad ampliare ancora il quadro è la premio Nobel per la Letteratura 2026 Anne Carson. Classicista di formazione e poetessa d’avanguardia, l’autrice canadese contamina filologia, saggistica e lirica in una forma liquida e ibrida – il lyric essay – che rifiuta la linearità per muoversi nell’interstizio e nel frammento. Carson compie un gesto stilistico e concettuale radicale: spoglia il mito antico dalla sua aura museale per farlo collidere con l’urgenza emotiva del presente, sovrapponendo figure come Elena di Euripide a Marilyn Monroe o il mostro Gerione a un adolescente contemporaneo. La sua scrittura rifonda la letteratura come un punto di contatto e cortocircuito tra epoche diverse.
L’Italia, terra intrisa di memoria classica, offre poete che recuperano questo approccio. Da Marilena Renda, vincitrice del Premio Strega Giovani nel 2025 con Cinema Persefone, che rielabora il rapporto tra Ade e la figlia di Demetra, a Carmen Gallo, che con Procne Machine compie un’operazione di straordinaria potenza formale attorno al terribile mito di Procne e Filomela, violentate e sfigurate nel corpo e nella parola. Gallo fonde il sostrato classico con un linguaggio meccanico, tecnologico e corrosivo. La “macchina” del titolo diventa il dispositivo lirico con cui ricostruire la voce negata, la vendetta e la carne martoriata. Il mito non consola; diventa al contrario il luogo in cui la lingua si spezza e si ricompone per dire l’indicibile della violenza e del trauma di genere.
La vitalità con cui registi, narratori e poete continuano a scavare nel serbatoio della grecità dimostra una verità fondamentale: i miti non appartengono al passato, ma al futuro. Non offrono risposte facili né rassicurazioni, ma ci forniscono le strutture simboliche necessarie per nominare ciò che altrimenti resterebbe inespresso. Attraverso lo sguardo deformato di Odisseo, il canto di Circe, i frammenti di Carson o le macchine liriche della poesia italiana, il mito continua a svolgere la sua funzione primaria: suggerirci chi possiamo essere anche se ci sentiamo senza domande e smarriti.
Crediti immagine: Wikipedia, Tereo di Rubens

