Pensavo fosse amore e invece era matrimonio

Divagazioni intorno a un rito di passaggio che, dopo una lunga lotta per l’emancipazione, è sparito dai radar. La proposta di un piccolo esercizio estivo ma non troppo: scopri le differenze.

Una volta bastava leggere le vite di re e principesse per capire che matrimonio non faceva rima con amore. Ma, anche abbandonando le aristocratiche magioni, non è passato poi così tanto tempo da quando erano le famiglie a decidere, con accordi più o meno velati, quale fosse il partito migliore per i propri figli. E, se neanche oggi è così strano che lo status indirizzi la scelta del partner (con buona pace dell’amore puro), molta strada è stata fatta per eliminare la mera assimilazione tra matrimonio e contratto. Una conquista di civiltà legata al crescere dei diritti individuali e all’affermarsi della libertà di scelta. È ciò che ci fa indignare quando sentiamo parlare di spose-bambine, di ragazze costrette a sposarsi contro la propria volontà, fino a casi estremi di violenze perpetrate per punire figlie che si ribellano perché hanno abbracciato stili di vita occidentali. 

Non è paradossale che dopo tanto faticoso cammino di emancipazione da ogni forma di costrizione ci siamo ritrovati non con una rivincita dell’amore sul contratto ma con la dissoluzione del matrimonio? Non sono un addetto ai lavori né, avendo già effettuato il giro di boa, vorrei trovarmi nell’imbarazzante situazione fissata nel celebre aforisma dell’epigrammista francese Francois de La Rochefoucauld: “I vecchi amano dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi”.

Non serve citare statistiche. Basta osservare quanto succede intorno: quanti prendono ancora in seria considerazione l’idea di sposarsi? Non è più semplice andare a vivere insieme e poi decidere che cosa fare? E, poi, che cosa cambia tra formalizzare la propria relazione rispetto al convivere? L’importante è volersi bene e rispettarsi, no? E, se si decide di avere dei figli, crescerli in modo responsabile.

Sono tutte domande figlie dello spirito del tempo e io non ho né le qualità né l’autorevolezza per rispondere. Posso solo provare, brevemente, a fare un piccolo esercizio, il classico gioco del “trova le differenze” della Settimana enigmistica.

La prima, non so se la più decisiva: per quanto ampiamente reversibile per via del divorzio, il matrimonio sembra incarnare ancora il desiderio (fragile, incompleto, “sovrumano”) di dirsi un amore fedele per sempre (anche se da costruire ogni giorno). Una promessa non facile da rispettare, che porta con sé un impegno che, oggi, sembra non si possa neanche più prendere in considerazione, perché fuori dalla nostra portata. Forse perché solo l’amore di Dio è infinito. O perché, come direbbe la pubblicità, solo un diamante è per sempre.

L’altra differenza è tutta compresa nel rito, religioso o civile che sia, del matrimonio: due persone che, non a caso davanti a dei testimoni, dicono a tutti che il loro amore non è solo “cosa nostra” ma un impegno preso davanti a tutti. Forse è questo che si è perso rinunciando a sposarsi: l’occasione di promettere solennemente di fronte a una comunità di diventare responsabile dell’altro/a e dei potenziali altri che potrebbero arrivare. E di scriverlo sulla carta (che, come sappiamo tutti, “canta e villan dorme”!). Mettendoci anche la firma!

Il problema è che, forse, a sparire è stata, nello stesso tempo, la comunità, travolta da un’inarrestabile ondata di ripiegamento individualistico: a furia di riflusso nel privato e di città sempre più dormitorio, la possibilità di pronunciare il proprio sì davanti al mondo finisce per restringersi al massimo a dei funzionari pubblici o religiosi che, in tempi di de-istituzionalizzazione, non stanno in testa alle classifiche della popolarità.

E, allora, cara amica che dopo molti anni di convivenza hai deciso di sposarti e che alla mia domanda su che cosa pensi potrà cambiare mi rispondi: “Niente” – perché, giustamente, vuoi che il vostro amore prosegua forte come prima – io ti auguro: “Tutto”! Sarà una sfida ancora più grande, perché l’avrai detto davanti a ai testimoni, agli amici, alla comunità civile. Non solo un sentimento coltivato negli anni ma un progetto che ha l’ambizione di diventare comunitario. E, in ogni senso, generativo.

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