“La goccia” che ha fatto traboccare il cuore

Le note di Chopin e le parole di chi nella vita «desiderava la felicità» nel filo di fumo di Andrea Castiglioni, silenzioso come una goccia che cade nella frenesia del presente.

Non mi è mai piaciuta la musica classica.
Diciamocelo: è troppo complicata! Richiede tempo, riflessione e attenzione.

Ad essere sincero, l’ho sempre trovata per intellettuali e filosofi… categorie con cui non mi sono mai identificato.
Non parlo, sia chiaro, di chi esercita il libero pensiero, ma piuttosto dei borghesi radical chic che si riempiono la bocca di significati trascendentali sulla possibile sfumatura blues del secondo movimento della Sonata in Fa maggiore di Beethoven. Preferisco, sinceramente, la franchezza dei testi di Jannacci, l’ironia impertinente di Gaber o la poesia sfrontata di De André. Amo la musica quasi sporca, un po’ stonata, che non richiede un gusto per l’estetica fine a sé stessa, ma si accontenta di una chitarra scordata, una birra e qualche amico che fa il coro.
Ai fasti splendenti della Scala, arricchita da camerieri che offrono champagne e maschere in smoking, ho sempre privilegiato lo scantinato diroccato del Teatro Derby di Milano. Una musica che racconta degli ultimi, dei dimenticati… “roba minima”, insomma.

Poi, pochi giorni fa, un mio amico mi ha fatto ascoltare il Preludio n. 15 di Fryderyk Franciszek Chopin: si chiama La goccia.
Mi fa: – dura solo 5 minuti… fai silenzio e prova semplicemente ad ascoltare.
Sapendo di non avermi convinto, ha aggiunto: – mentre lo ascolti, leggi queste righe…

Ho ascoltato il consiglio con la reticenza di chi entra in chiesa e si siede poco convinto in ultima fila, vicino all’uscita.
Inaspettatamente mi sono commosso di quella commozione di cui non conosci l’origine, ma che sperimenti quando incontri qualcosa che trovi straordinariamente corrispondente.
Non posso ritenermi un esperto di musica classica, ma una cosa l’ho scoperta: non bisogna essere degli esperti per goderne la bellezza.
Insomma… è per tutti. Anzi, mi correggo: è per me, perché parla di me.

E poi ho scoperto un’altra cosa.
La musica classica non ha bisogno di riflessione, intendimento o attenzione, ma ha bisogno di un solo requisito: il silenzio.
Al giorno d’oggi, chi è più abituato a stare in silenzio? Il silenzio è considerato un pericolo mortale, quasi più letale del Coronavirus.
Prendetevi cinque minuti e provate ad ascoltarla e a leggere il testo che la accompagna nel video.
Mi auguro che possiate scoprire che la musica classica riesce a parlare proprio a ciascuno di voi, ma, in un assurdo paradosso di termini, ha bisogno solo del vostro silenzio.

Buon ascolto!

Preludio opera 28 n.15 di Chopin con il commento di Luigi Giussani
tratto dal testo L’autocoscienza del cosmo (BUR, Milano 1970)

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