Riflessioni

Il diario delle vacanze

Una proposta per le settimane estive: la scrittura e le parole come strumento di salute e spiritualità. Le nostre storie che ci raccontiamo, riscrivendole, nel tempo sospeso dell’estate.

Nel 1969 l’Editore Gribaudi di Torino pubblicò un piccolo libro dal titolo Vacanze, benedite il Signore in cui esponenti della società e del mondo culturale e ecclesiale italiano ed europeo offrivano, specialmente ai giovani, spunti di riflessione e preghiera per vivere al meglio il tempo estivo. Rileggendolo in questi giorni, è evidente che da allora la società è profondamente cambiata, ma i bisogni, le mancanze e i desideri dell’uomo sono i medesimi, ad ogni latitudine, ad ogni età.

Oggi, tempo di crisi in quanto cambiamento, torna in soccorso dell’uomo ciò che da sempre è stato il suo aiuto: la spiritualità. Quando si perdono il senso e la speranza, ognuno, anche il non credente, cerca, consciamente o no, “qualcosa di più”, una rete di sicurezza emotiva, compenso del vuoto che, in riprese e tempi diversi, coglie ognuno di noi.

Tra una pandemia e la guerra, nella parte fortunata del mondo, il problema che aumenta e appare riguarda la salute mentale, componente essenziale della salute generale che prova la tenuta emozionale e psicologica di tutti. Quale miglior tempo delle vacanze estive per (ri)coltivare ciò che la mente e il cuore desiderano, ma che spesso non si conserva e non si trova?

C’è un libro, un libro alla portata di tutti, utile allo scopo, un semplice diario: il “diario delle vacanze”.

La scrittura cura, guarisce, diverte, rivela, interpreta, riconosce, gratifica. Specialmente quando è prodotta con una mano, sulla carta, in solitudine.

Anche la vita spirituale è terapeutica: “Chiunque a un certo punto della vita mette su casa – scrive Sergio Bambarèn – La parte difficile è costruire una casa del cuore (…) Un posto non semplicemente dove far passare il tempo, ma dove provare gioia per il resto della vita”. Un’ecologia interiore”, un’economia forse, le cui fondamenta sono la ricerca di valori esistenziali e una forma di meditazione, nel silenzio che rigenera, laddove si costruiscono tutte le relazioni. Anche quella con se stessi.

Le cattive parole provocano dolore, ma quelle buone provocano benessere. E quelle buone dette a se stessi provocano rinascita. Se poi le parole diventano scritte, sono un monitoraggio costante del proprio stato di salute che non è solo fisica, ma, appunto, anche spirituale.

In un parco cittadino, in una passeggiata al mare o su un sentiero in montagna, contemplando le “manifestazioni del bello”, la mente si rasserena. Su una panchina o una poltrona nella lettura di un buon libro, sottraendosi a voci e confusione, parla l’interiorità. Anche solo nella propria camera, come insegnò Blaise Pascal, in solitudine, nutrendo il proprio spirito, riconoscendo i segni e il linguaggio di Dio.

Se queste esperienza, conoscenze, sensazioni le narriamo – anche solo a noi stessi, con qualche riga, giorno dopo giorno, su un quaderno tutto per sé, con una penna veloce, ma non tanto quanto i pensieri – la “tessitura” delle nostre esistenze si ricompone in una trama che spesso sentiamo smarrita: “Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana che ci parli di noi e del bello che ci abita – scrive Papa Francesco – Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo; che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri”.

Le parole sono il filo di questa tessitura. Non occorre essere ufficialmente “scrittrici” e “scrittori” per scrivere di sé. E per ciò stesso lo si diventa.

Scrivere e camminare, ricostruendo una mappatura. Scrivere e respirare, riconoscendo il ritmo proprio. Scrivere come “cura dell’anima”, seguendo Abdulrazak Gurnag, come emolliente per le feritoie che non sappiamo di poter illuminare.

Scrivere per ri-scrivere, anche la propria vita, donandole un senso nuovo, trasformando l’ordinario in unico, nel tempo sospeso dell’Estate, quando si pensa di più al futuro, ma non si dimentica il cammino già percorso.

“Sono convinto, Lucas – scriveva Ágota Kristóf – che ogni essere umano è nato per scrivere un libro”.

Anche un diario d’estate può essere l’inizio di una nuova autobiografia.

P. S. Quest’articolo è stato scritto con la penna, e ancor prima grazie a taccuini di pensieri. E ancor prima: tutti gli scritti nascono sempre prima di nascere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

EDUCatt EPeople