Diamoci una Regola

La leadership spirituale di San Benedetto da Norcia (480 ca-546) ci riporta al vero fine del lavoro: non semplicemente produrre reddito, ma valorizzare dignità, proprio attraverso il miglioramento delle relazioni.

È spesso definito “il Santo dell’ordinario”. La sua vita non fu rumorosa (“nursina severitas”), la sua Regola fu apparentemente semplice e non solenne, la sua biografia è essenziale e proveniente da unica fonte. La figura di Benedetto da Norcia ci sfugge ancora, mentre traccia una rotta perenne.

L’ora et labora – motto tradizionale non presente nella “Regula Benedicti” né coniato dai monaci, ma loro attribuito e al quale alcuni aggiungono l’esortazione “et lege” – rappresenta lo spirito e la lettera degli insegnamenti del Padre d’Europa e quell’organizzazione, anche politica ed economica, che il Santo di Norcia inventò inizialmente per le comunità in crisi e in rovina del basso Medio Evo: preghiera, lectio e lavoro. Questo nuovo stile di vita, che i monaci benedettini scelgono per vocazione e mediante consacrazione, è anche uno stile di vita laico: applicando una sana e spirituale organizzazione del tempo della giornata, scandito da preghiera, meditazione, studio e lavoro, il cristiano – ma diremmo l’uomo – trascorre un’esistenza apparentemente ordinaria e abituale nei ritmi, ma speciale quanto a novità di esiti e fine ultimo.

Nei primi monasteri benedettini, “l’Expo del Medio Evo”, si preservarono le conoscenze agricole romane, mentre i pellegrini di tutto il mondo costruivano la nuova Europa portando con sé nuove conoscenze e costumi. Oggi si susseguono eventi politici, sociali e formativi in cui si condividono e discutono nuove idee e proposte per il turismo¸ per aumentare il PIL, per far crescere l’attrattiva e la produttività delle terre del Centro Italia che offrono già – malgrado le ferite, proprio in mezzo alle ferite – un inestimabile paesaggio spirituale che può certamente già essere produttivo, da ogni punto di vista.

Si moltiplicano pubblicazioni, corsi e giornate formative per aziende, imprese e manager che scelgono la Regola come “libro di testo”, come bussola formativa e professionale: dal dirigente d’azienda a ogni collaboratore, sempre più persone comprendono che il lavoro non è un mero scambio tra ore di attività e fatturato o salario, ma una realizzazione concreta del sé ed un reale servizio comune. Comprendono che dirigere una comunità professionale è dirigere anime, non semplicemente organizzare mansioni: è fare sistema, mediante la valorizzazione e il coinvolgimento delle persone, le quali sentono un bisogno spirituale che, proprio nei luoghi di lavoro, dove trascorriamo gran parte della nostra esistenza, può essere colmato.

Tutto ciò si realizza non imponendo regole fisse, ma proponendo motivazioni e condividendo valori (“mission”) e centrando l’attenzione e lo sforzo su come essere prima del “cosa fare” (“vision”). Lo scopo del lavoro non è produrre reddito, è valorizzare dignità, proprio attraverso il miglioramento delle relazioni. Significativa a questo proposito è l’idea, descritta nel volume In compagnia degli estranei di Paul Seabright: la divisione del lavoro fra persone che non si conoscono è la più grande invenzione del genere umano, poiché la natura ci ha insegnato a trattare gli estranei come “amici onorari”. E’ ora di iniziare a prevedere anche una human job description?

E infine – ma inizio di tutto – il lavoro in se stessi: lo scopo reale e ultimo di San Benedetto non sono la comunità, lo Stato, l’azienda, ma l’individuo. Egli non è solo un Patrono, un “protettore”, ma un attualissimo educatore di anime, anche della propria. Egli conosce gli uomini e le loro debolezze, sa bene (e lo dice) che su questa Terra essi sono profondamente diseguali e che solo davanti a Dio c’è eguaglianza; ma li accetta e li ama, invitando l’Abate (il padre di famiglia, l’insegnante, l’educatore, il direttore di un gruppo umano o di un’impresa, il leader spirituale, politico o sociale) a “piegarsi alle disposizioni della maggioranza”, “senza parzialità”, ma “secondo il valore dell’intelligenza di ciascuno” (Regola, cap. 2). Egli punisce l’errore e non l’errante, non considera l’età un pregio né un difetto, anzi, spiega che “spesso è proprio ai più giovani che Dio rivela la soluzione migliore” (ibi, cap. 3). E sa bene che la vera arte è quella di governare gli uomini, anche se “è un compito difficile e faticoso” (ibi, cap. 2). San Benedetto insegna il silenzio (che rende più belle le parole), l’ascolto (“ob-audire”), la continenza (in parole e atteggiamenti), l’umiltà (“humus”, terra, radici) parti di un’antropologia perduta, da riscoprire e ritrovare.

La sua “modestissima Regola” (ib., cap. 73) può essere oggi non solo uno strumento valido, ma proprio quello strumento innovativo che tutti stanno cercando. E’ proprio in un’epoca di crisi, valoriale ed economica, che l’impresa umana ha bisogno di investire su risorse autonome, equilibrate e responsabili: è l’investimento nel capitale umano che può risollevare, anche economicamente, ogni società. Obbedienza come ascolto (ob-audire), un percorso di regole come un action plan, la vita in comunità, curando l’anima individuale: lo stile di vita che Benedetto da Norcia propone può essere ancora un’interessante umana sperimentazione. Se non l’abbiamo ancora fatto, “diamoci una Regola”: i risultati sono ottimi, da quasi 1500 anni.

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