Riflessioni

Sul sentiero della memoria, a cento anni dal disastro del Gleno

La costruzione e il crollo della diga del Gleno, in Valle di Scalve, pensata all’inizio del XX secolo per sostenere l’industria tessile di Ponte Albiate. A cento anni, il disastro è ora ricordato come uno degli errori di ingegneria più tragici della storia italiana.

I sentieri più noti per raggiungere la conca del Gleno sono due. Il più antico incomincia all’oratorio di San Carlo, una chiesetta seicentesca, bianca e cerulea, costruita quarant’anni dopo la visita dell’instancabile cardinal Borromeo nell’allora remota Valle di Scalve. Il tracciato più frequentato è disegnato sull’altro versante del torrente. Si abbandona l’asfalto tra il lavatoio di Pianezza, frazione di Vilminore, e il bel campanile con il quadrante alla romana a sei cifre. Superato il piccolo borgo, ci si immerge in un bosco di faggi e si inizia a salire rapidamente. È questo il sentiero che fu utilizzato per costruire la diga del Gleno, uno sbarramento lungo più di duecento metri progettato per raccogliere l’acqua del torrente che nasce sotto il monte Gleno, lungo il percorso che porta al passo di Belviso e, da lì, in Valtellina. 

La prima richiesta risale al 1907, poco meno di quattro milioni di metri cubi d’acqua avrebbero cancellato un ottimo pascolo con vista privilegiata sulla parete nord della Presolana, ma avrebbero garantito una buona produzione di energia elettrica. A beneficiarne sarebbero stati i fratelli Viganò, subentrati una decina di anni più tardi. Michelangelo (che morì nel 1918) e Virgilio Viganò avevano ereditato dal padre Galeazzo l’omonima impresa tessile di Ponte Albiate, in Brianza, sulle sponde del fiume Lambro. Ma i vecchi mulini non bastavano più. Come tanti altri industriali d’inizio Novecento, avevano bisogno di energia elettrica per muovere le macchine dell’opificio. 

Così scelsero Pian del Gleno, dove una teleferica portava i materiali in quota, e un binario ne assicurava il trasporto su piccoli vagoni lungo l’ultimo chilometro e mezzo pianeggiante, scavato nella roccia fino alla conca. Ancora oggi si percorre quel sentiero, arricchito da una via crucis di pannelli che raccontano la storia della diga, gli errori di chi la progettò e di chi la costruì, le omissioni nelle autorizzazioni e nei controlli, lo sfruttamento della manodopera a basso costo, ancor più se donne, l’utilizzo di materiali scadenti. 

Nel frattempo gli scoppi irregolari di un monocilindrico rompono il silenzio. Con sorprendente facilità una Husqvarna supera i gradini realizzati con le vecchie traversine ferroviarie in legno, sa perfettamente dove passare, quali linee dipingere tra i massi. Di fronte c’è la Presolana, la regina delle Orobie, con la prima neve e le rinnovate piste da sci di Colere, esempio recentissimo di pervicacia bergamasca. La moto scompare tra gli abeti rossi nel punto in cui il sentiero spiana. Dopo poche decine di metri, tra i rami si intravedono già i ruderi della diga. 

Gli scavi iniziarono solo dopo la fine della Grande Guerra. Il progetto dell’ingegner Giuseppe Gmür prevedeva la costruzione di una diga a gravità, in grado di trattenere la spinta dell’acqua invasata grazie al proprio peso. Si iniziò a costruire il tampone che avrebbe dovuto sostenere la diga nel punto in cui la gola del torrente tagliava in due la vallata. Ma durante l’estate del 1920 Gmür morì. Venne sostituito dall’ingegner Giovan Battista Santangelo, e si optò per un modello di diga ad archi multipli. Rimarrà l’unica diga al mondo con queste caratteristiche, mista a gravità e archi multipli. 

Il bacino artificiale raggiunse per la prima volta la sua massima capacità a metà ottobre 1923. In quei giorni, il Partito nazionale fascista si apprestava a celebrare il primo anniversario della marcia su Roma. Un giovane ciclista di Parabiago, Libero Ferrario, aveva appena vinto il Campionato del mondo di ciclismo su strada, fu il primo italiano a conquistarlo. In Germania, Adolf Hitler stava per organizzare il Putsch di Monaco, per il quale verrà condannato a cinque anni di reclusione, ma sarà rilasciato dopo nove mesi. E negli Stati Uniti nasceva la Walt Disney Company, preceduta di sei mesi dalla Warner Bros. 

In Val di Scalve quello del 1923 fu un autunno molto piovoso. In poche settimane la diga si riempì fino a raggiungere la sua capienza massima, quasi il doppio di quella autorizzata. Durò poco, perché alle 7.15 del 1° dicembre 2023 sei milioni di metri cubi d’acqua si riversarono sul paese sottostante, Bueggio, dove ancora oggi è conservato il frammento della campana che pochi minuti prima aveva suonato per l’ultima volta. La valanga d’acqua trascinò via il campanile, la chiesa e gran parte della frazione di Vilminore. Travolse cinque centrali idroelettriche, il santuario della Madonnina di Colere e il paese di Dezzo di Scalve. Poi si infilò nella forra della Via Mala, rallentò. Ostruita tra le strette pareti di roccia, l’ondata di fango tornò indietro, cancellando il centro abitato. Riprese a correre verso la Valle Camonica, colpì Angolo, Mazzunno, Corna di Darfo. Entrò nella piana del fiume Oglio e, solamente quarantacinque minuti dopo il crollo della diga, la massa d’acqua sfociò nel lago d’Iseo.

L’unico guardiano della diga, Francesco Morzenti, fu anche l’unico testimone oculare del crollo. Nelle sue deposizioni, fu chiaro che le fughe d’acqua alla base si manifestarono non appena la diga iniziò ad immagazzinare acqua, cioè due anni prima. Nelle preziose testimonianze raccolte ancora negli anni Ottanta, Novanta e Duemila, gli ultimi sopravvissuti alla strage hanno confermato che la notizia era di dominio pubblico. La diga non era sicura, aveva grosse perdite d’acqua. 

Alle 7.15 del 1° dicembre Morzenti sentì vibrare la passerella di legno sulla quale stava lavorando. Poi vide un sasso cadere dall’alto, pensò che gli operai stessero passando sulla parte alta della diga, ma subito dopo udì un altro masso più grosso precipitargli accanto. Notò una crepa larga tre dita nella parete della diga. A quel punto iniziò a correre. In meno di un quarto d’ora, il bacino si svuotò completamente. 

Il disastro del Gleno azzerò intere famiglie, ne mutilò altre. Cancellò interi paesi dalla cartina geografica di quell’angolo di Lombardia, si portò via perfino cimiteri, e rimase per sempre nella memoria e negli incubi di chi lo visse. Le vittime furono ufficialmente 356, ma nemmeno questo dato è certo, secondo altre fonti i morti arrivarono a 500. Come non vi è certezza assoluta sulla causa del crollo, tanto che nell’inconcludente processo che seguì emerse anche l’ipotesi di un attentato dinamitardo. L’unica certezza è che molti corpi non furono mai trovati e seppelliti. «A far crollare la grande diga» scrive ​Lorenzo Rosoli su Luoghi dell’Infinito, l’inserto mensile di Avvenire, «fu il criminale intreccio fra interesse economico, imperizia tecnica, insipienza politica e disprezzo per la vita». 

Un Vajont quarant’anni prima del Vajont, però dimenticato. Così viene spesso descritta l’immane tragedia che colpì la Val di Scalve e la Val Camonica, il dolore che unì le province di Bergamo e di Brescia, senza televisioni e mezzi di comunicazione di massa. Esattamente cento anni dopo, ciò che sorprende più di ogni altra cosa è il perfetto equilibrio che le due valli hanno saputo ristabilire tra un passato che non si dimentica e un presente vivo e autentico. Custodi di un luogo che è testimone nei secoli degli errori dell’uomo, di scelte sbagliate e di ingiustizie, di soprusi e sciacallaggi. Un luogo che allo stesso tempo è diventato il simbolo della rinascita di un’intera comunità, perché sa entrare nel cuore delle persone. 

Ai margini del sentiero, sotto il primo pilastro degli unici due archi rimasti in piedi a destra del torrente, compare di nuovo l’Husqvarna. Il motore svedese ormai è freddo, scende il nevischio proprio come quella mattina di cento anni fa. Il piccolo fanale anteriore sembra guardare imperterrito lo squarcio, lungo ottanta metri, dietro il quale l’acqua verde del laghetto del Gleno sta per cedere al ghiaccio. Chi guidava la moto da enduro sta ultimando l’impianto che illuminerà la diga del Gleno a cent’anni dal disastro, accompagnandola dal buio dell’oblio alla luce della speranza e della rinascita. Ultimo atto di un centenario ricco di concerti, spettacoli teatrali, convegni, inaugurazioni, memoriali, letture, mostre. Nel cuore dei paesi così come in alta quota, e non solo. «L’Italia intera non dimentica» dice il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «Come non possono dimenticare le genti che hanno ricostruito dopo la catastrofe». Chi vive la Val di Scalve e la Val Camonica, e chi le ama.

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