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Raccontare la Shoah. “Maus” di Art Spiegelman

Ricordare e conoscere può significare vivere o rivivere. Le opere d’arte, di qualsiasi genere, ci aiutano proprio in questo, nel vivificare la memoria e renderla parte di noi anche quando tutto sembra portare all’oblio.

Topi, gatti, maiali, alci, cani, rane. Nello specifico, ebrei raffigurati come topi, nazisti come gatti. L’animalizzazione degli uomini per raccontare, in Maus, una delle storie più terribili del Novecento, la Shoah. Nel 1984, il filosofo Han Jonas, in una celebre conferenza intitolata Il concetto di Dio dopo Auschwitz, affermò che Dio, dopo l’Olocausto, non poteva essere considerato come in passato: l’attributo dell’onnipotenza, infatti, doveva sparire, in quanto «Dio non intervenne, non perché non lo volle, ma perché non fu in grado di farlo».

Due anni dopo questa terribile elaborazione, nel 1986, escono i primi sei capitoli di una graphic novel che rivoluzionerà il modo di narrare le storie, Maus di Art Spiegelman. Questo libro, ad oggi insuperato, con un potentissimo stile visivo e allegorico riporta, attraverso un doppio registro narrativo, la vita di Vladek, il padre di Art, che racconta al figlio la vicenda della sua deportazione, e la quotidianità dei due nella New York di fine anni Settanta.

Una storia di sopravvivenza, quella di Vladek Spiegelman, testimone dell’orrore del campo di concentramento di “Mauschwitz”, lavorando prima come stagnaio, poi come calzolaio ed infine arrangiandosi nel «lavoro sporco», cercando sempre di pensare a sé stesso e alla moglie, Anja, anche lei detenuta nel campo.

Come ha scritto Umberto Eco, Maus è una «storia splendida. Ti prende e non ti lascia più. Quando due di questi topolini parlano d’amore, ci si commuove, quando soffrono si piange». Una storia che non ci risparmia ma che grazie all’arte di Spiegelman, al suo bianco e nero stilizzato, al linguaggio familiare, al ribaltamento ironico della convinzione nazista che gli ebrei fossero assimilabili ai topi, ci fornisce anche una distanza emotiva che consente a lettori di tutte le età di esplorare l’orrore e di provare a capirne le connessioni e le dinamiche psicologiche e storiche.

Maus di Art Spiegelman, infatti, riesce superare il tradizionale racconto storico. È un’opera d’arte complessa, un’immaginazione visiva di un abisso impercorribile. Attraverso la combinazione di fumetti e storia, Spiegelman rende più tangibili le atrocità e la disumanizzazione e ci invita a riflettere sulla Shoah in modi che le parole da sole non potrebbero mai catturare completamente. Maus, inoltre, è anche un’esplorazione delle relazioni familiari, della memoria e della sua appropriazione. L’autore, infatti, riflette sul rapporto complesso e contrastato col padre e la sua cultura, offrendo una prospettiva intima e dolorosa sulle sfide di comunicare e di comprendere le esperienze traumatiche e che ci fa riflettere sul modo che abbiamo noi stessi di ascoltare le storie degli altri, anche quelli a noi più vicini, e come esse ci plasmino ben oltre la nostra volontà.

Vladek, come ha affermato Moni Ovadia intervistato in merito a Maus, non riesce ad uscire dalla Shoah, perché «non si può uscire dalla Shoah». Il male produce altro male, in una spirale di violenza e orrore che sta a tutte e tutti noi denunciare e provare a fermare, ogni volta che ne capiti l’occasione, sempre.

Simone Biundo

Simone Biundo (Genova, 1990) è insegnante di lettere a Genova in una Scuola secondaria, è editor della rivista «VP Plus», è ricercatore indipendente di storia dell’editoria e della letteratura. Ha pubblicato poesie su «Neutopia», «Margutte», «Poesia del nostro tempo» e «Nuovi Argomenti». Per Interno Poesia è uscito il suo primo libro di poesie, "Le anime elementari" (2020). Con il poeta Damiano Sinfonico, l’attrice e linguista Sara Sorrentino cura la rassegna di poesia contemporanea , poet. – alla libreria Falso Demetrio. Qui in EDUCatt collabora come ghostwriter, SMM e content manager.

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