Memorie dalla Quarantena

In questo periodo di emergenza sanitaria e di isolamento forzato, abbiamo più tempo per riflettere sulla nostra vita, sugli affetti e sull’importanza di mettere “in pausa”, ogni tanto, la corsa frenetica della quotidianità. In questo contributo Eleonora Bizzaglia ci racconta come è cambiata la narrazione di una giornata.

Sono nel salotto di casa con una tazza di tè che mi fa compagnia come ogni pomeriggio dal 17 marzo, da quando il mio salotto ha iniziato a cambiare veste.
Ad arredarlo ora c’è un pc, un blocco per la “to do list”, delle penne infilate in un porta candele; ci sono dei post-it e delle cartelline, appunti presi in ufficio come ancora di salvataggio quando ho capito che era arrivato il momento dello smart working.

In questi giorni tanti ne elogiano gli aspetti positivi: meno inquinamento, meno stress, più produttività ma aggiungerei anche meno socialità.

Sono un’amante del contatto, delle presenze tangibili anche se devo ammettere che ora, in questo inizio faticoso di 2020, con un ospite con la corona ma senza privilegi, questo lavoro “smart” ci sta salvando la vita (e riflettendoci, siamo dei privilegiati a poterne usufruire).

Possiamo proseguire con i nostri impegni lavorativi semplicemente cambiando loro collocazione e destinazione d’uso. Ed ecco che le meeting room aziendali, a volte fredde, vengono soppiantate dai salotti arredati, dalle camere accoglienti; gli abiti formali lasciano spazio a mise più casalinghe.

Paradossalmente l’unica cosa che sembra essersi fermata è la vita: le interazioni sociali, i legami affettivi, quelli sono in “quarantena”.

Per una generazione come la nostra, sempre di corsa, ogni attimo è impossibile da trattenere.
Noi che non abbiamo mai tempo per fare nulla davvero (o forse crediamo di non averne), ogni attimo è impossibile da trattenere perché corriamo sempre verso qualcosa, chissà verso cosa poi.

Noi che oggi ci sentiamo imprigionati tra le quattro mura delle nostre case.

Oggi sì che avremmo il tempo di dedicarci a tutte quelle attività che normalmente mettiamo “in pausa”: leggere, allenarci, cucinare, scrivere, telefonare a tutte quelle persone che avevamo perso per strada, in quella faticosa e incessante rincorsa che è la vita di tutti i giorni.

Basterebbe concentrarsi sul lato positivo di tutta questa storia, e gioire ed essere grati per quelle piccole fortune quotidiane che viviamo; stare bene, vedere i propri affetti in salute, seppure dietro ad una webcam.

Non dovere dire addio a nessuno dei nostri cari (e non tutti abbiamo avuto questa fortuna) è sicuramente un ottimo motivo per rendere grazie e dovrebbe risollevarci, anche se il nodo alla gola si forma e stringe forte quando alle 18 la televisione trasmette il “bollettino” della Protezione Civile.

Questo virus ci ha dimostrato quanto il genere umano possa essere impotente; quanto arroccati nella nostra fortezza costruita su un’illusione di perfezione, fossimo in realtà tanto imperfetti e vulnerabili.

Ma allo stesso tempo ci ha mostrato di quanto altruismo fossimo capaci; lo avevamo nascosto in un cassetto chiuso a chiave, ma eccolo lì al momento giusto lo abbiamo tirato fuori e messo in campo, pensate un po’ compiendo quello che sembra essere lo sforzo meno faticoso del mondo: restare a casa.

Le strade sono deserte, la natura che riconquista il suo spazio nelle metropoli: gli alberi fioriscono, l’aria è più pulita, a Venezia sono tornati persino i delfini.

Tutto senza di noi.

Ma torneremo, e speriamo migliorati; chissà che proprio a ridosso della Santa Pasqua di risurrezione, anche noi tutti potremmo rinascere, riscoprendoci più umani, più fratelli, più uniti.

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Fotografia tratta dal film Her, di Spike Jonze

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