L’unica chance per fare punto

Nel mese che segna il graduale ritorno negli uffici e negli ambienti lavorativi, Andrea Castiglioni propone una necessaria riflessione sul tema dell’altro, dopo mesi di isolamento e di lontananza che, in qualche modo, hanno segnato – e forse cambiato – ciascuno di noi.

Per mesi il borbottio della caffettiera che accompagna la mia sveglia preannunciava una giornata di lavoro al tavolo della mia cucina, solo io e il mio nuovo collega. Un collega anomalo, fatto di fili, hardware e circuiti.
Sì, perché questa piccola scatola nera chiamata PC è diventata per lungo tempo il nostro unico collega tangibile e, sebbene molti di noi hanno scongiurato eventuali patologie alla Robison Crusoe e Wilson, per mesi la nostra giornata lavorativa era accompagnata costantemente da quella scatolina da cui passava ogni cosa: il nostro lavoro, i nostri compiti, le nostre attività. Solo noi e il nostro PC.

Perdonerete il mio politically uncorrect, ma vi devo confidare che alcune volte è stato anche comodo avere a che fare con il nuovo collega bionico, naturalmente poco incline all’insorgere di discussioni o problemi relazionali. Anche per la risoluzione dei casi più estremi era sufficiente premere il tasto riavvio, senza spendere energie nel convincerlo che fosse la strategia migliore: premevo il tasto, riavviavo e il problema era risolto.
Insomma, parliamoci chiaro… ci sono mancati i caffè, la convivialità di alcuni momenti, il contatto sociale, ma molti di noi avranno l’onestà di ammettere che il nuovo collega tecnologico ci aveva fatto dimenticare i limiti dei vecchi e cari colleghi in carne e ossa.

Sì, perché non appena rientrati nei nostri uffici ci siamo ricordati che non basta premere il tasto invio per avviare un progetto, non è più sufficiente cliccare Ctrl+Alt+Canc per riavviare un lavoro che nasce con il piede sbagliato e soprattutto non è possibile abbassare stizzito lo schermo luminescente per rimandare al giorno successivo un discorso ostico.
E allora proprio in questi giorni mi sono accorto che la scelta torna ad essere stringente e obbligata: o si fa dell’altro, con tutti i suoi limiti e difetti, un problema insuperabile o diventa l’occasione e lo strumento privilegiato per crescere professionalmente e umanamente. 

Non ho ancora trovato un libretto delle istruzioni – e il caffè rimane il momento giornaliero di più semplice relazione –, ma in queste poche parole di Julio Velasco (ex ct della nazionale italiana di pallavolo) che mi sono ricapitate tra le mani si pone, secondo me, la vera sfida del gioco: «la realtà è come è» e sebbene non sempre è come io voglio che sia, implicarsi con essa è la sola chance per fare punto. L’inizio riapre questa sfida unica: saper lavorare insieme per «schiacciare bene (anche) palle alzate male».

Buon re-inizio!

Julio Velasco, ex commissario tecnico della Nazionale italiana di pallavolo.

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