Riflessioni

Saper perdere e, quando è il momento, saper vincere

All’indomani della vittoria degli italiani alla finale degli Europei, Francesco Berlucchi – giornalista professionista e coordinatore della piattaforma Cattolica per lo Sport – ripercorre alcuni degli episodi più significativi della storia della nostra Nazionale, richiamando quanto ha detto anche Papa Francesco: «Davanti alle difficoltà della vita ci si può sempre mettere in gioco, lottando senza arrendersi, con speranza e fiducia».

Dall’11 luglio 1982, il giorno della finale del Mundial di Spagna, all’11 luglio 2021, quello della finale degli Europei 2020. Dal Santiago Bernabeu a Wembley, passando per l’Olympiastadion di Berlino, atto finale dei Mondiali di Germania nel 2006. La storia del calcio, ciclicamente, ce lo ricorda: l’Italia sa dare il meglio di sé quando è in difficoltà, e deve ricostruire da zero. È lì che s’insinua il genio italiano, riuscendo a passare in un battito d’ali dal non ci resta che piangere – per dirla con Massimo Troisi e Roberto Benigni – al non ci resta che vincere, parafrasando il titolo dell’editoriale con cui un grande del giornalismo italiano, Candido Cannavò, augurò buona fortuna all’Italia di Marcello Lippi sulle pagine della Gazzetta dello sport. Così, il simbolo della rinascita azzurra, nell’ormai lontano ‘82, rimarrà per sempre Pablito Rossi, convocato da Enzo Bearzot non senza aspre critiche quando il ct lo preferì al capocannoniere della Serie A, Roberto Pruzzo, nonostante Pablito fosse reduce da due anni di squalifica per il Calcioscommesse (ricorderete, forse, il primo storico silenzio stampa del calcio nostrano).  

Vincere aiuta a vincere, si sa. Ma soprattutto a ripartire, che era proprio ciò di cui aveva più bisogno il calcio italiano anche nel 2006. Il sistema era frantumato, corroso, logorato da Calciopoli. Il terremoto aveva travolto club, dirigenti, organi calcistici, arbitri. Eppure, ne uscimmo sollevando la quarta coppa del mondo, davanti ai cugini francesi. Gli stessi che a Euro 2020 si sentivano favoriti, e forse lo erano davvero, insieme al Belgio di Lukaku e Mertens. Eppure, negli ultimi quattro anni la storia del calcio ci ha regalato la dimostrazione più cristallina delle abilità e delle energie che sa sprigionare il Belpaese quando viene messo spalle al muro. Il calcio, ça va sans dire, è solo un pretesto.

È il 13 novembre 2017. Nelle qualificazioni a Russia 2018, a San Siro, l’Italia di Gian Piero Ventura non riesce a segnare nemmeno un gol alla Svezia. Rimane fuori dal Mondiale, emarginata dal calcio che conta. Non accadeva da 59 anni. Una disfatta sportiva epocale, la cui sferzante eredità – tramite Gigi di Biagio – passa nelle mani di Roberto Mancini. Cos’è cambiato? Come ha riferito il portavoce vaticano Matteo Bruni, lo ha ricordato recentemente anche papa Francesco dal Policlinico Gemelli dove è ricoverato: «Lo sport implica saper accettare qualsiasi risultato, anche la sconfitta. Solo così – ha detto Francesco – davanti alle difficoltà della vita ci si può sempre mettere in gioco, lottando senza arrendersi, con speranza e fiducia».

Mancini deve aver pensato la stessa cosa, rientrato per l’occasione in Italia da San Pietroburgo. Lui è uno che le sfide non ha mai avuto paura di affrontarle, così come le sconfitte. Ha vinto tre scudetti di fila con l’Inter, che non vinceva in Italia da 17 anni; ha interrotto un digiuno che durava addirittura da 35 anni al Manchester City, vincendo a Wembley l’FA Cup, e poi l’ha riportato alla conquista della Premier League dopo 44 anni. Non basta: la sfida più ardua è la guida di una Nazionale italiana su cui nessuno avrebbe scommesso nemmeno una pizza. Una squadra ai minimi storici, priva dei talenti dell’82 e del 2006, semplice spettatrice alle partite degli altri al Mondiale del 2018. Quando la sua sembrava una visione onirica, Mancini ha saputo ricostruire. Lo ha fatto scegliendo gli uomini giusti, in campo e accanto a sé. Così, ha portato gli azzurri fino a Wembley, proprio dove Mancio-giocatore (nel vecchio, mitico Wembley) nel 1992 giocò contro il Barcellona la finale di Coppa dei Campioni con la sua Sampdoria (a proposito di sfide impossibili, e di sconfitte).

Il Presidente Sergio Mattarella a Wembley, a tifare per gli azzurri (fonte: Getty Images)

Accanto a lui, allora in blucerchiato come oggi in azzurro, c’è Gianluca Vialli, un altro che di grandi sfide se ne intende. Nel nuovo Wembley, questa volta Vialli e Mancini possono piangere di gioia. L’Italia è campione d’Europa, 53 anni e 13 edizioni dopo il trofeo sollevato a Roma da Giacinto Facchetti. Questi ragazzi sono fantastici» sono le prime parole di Mancini, visibilmente commosso. La prima medaglia è per Leonardo Spinazzola, che alza le stampelle al cielo e abbozza qualche saltello nonostante la gamba appena operata a seguito della rottura del tendine di Achille nella partita contro il Belgio.

Lui, insieme a Mancini, è probabilmente uno dei simboli più fulgidi di questa Italia. Che non avrà stelle e fenomeni, ma è indubbiamente e solidamente squadra. Che aveva bisogno di tornare a vincere per ripartire; per prendere nuovamente posto, da vincente, nel calcio che conta; per dare un segnale inequivocabile dopo il fermo generale (e la pesante crisi) che tutto il mondo dello sport ha vissuto a causa della pandemia. È soprattutto per questo che era così importante uscire da Wembley con quella coppa, davanti agli inglesi che giocavano in casa, ambivano a tornare a vincere una finale dopo ben 55 anni e cantavano “It’s coming home” alludendo alla loro paternità nei confronti del gioco del calcio: serviva dare nuova vita, riportare speranza e fiducia, nel futuro e in noi stessi.

Dalla gioia incontenibile di Sandro Pertini a quella di Sergio Mattarella, passando per il bagno di sudore e di aranciate di Giorgio Napolitano (“spruzzate addosso per la gioia”, ipse dixit, dopo la finale di Berlino) la storia del calcio continua a ricordarcelo. Non ci resta che vincere.

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