La città dopo la pandemia. Come ridefinire l’abitare?

Un anno e mezzo di pandemia significa anche un anno e mezzo di riflessione sul ruolo delle città e su coloro che le abitano, i cittadini. Dopo la pandemia e nel mezzo di una spaventosa crisi ambientale, di quale senso sono ancora pulsanti queste aggregazioni di costruzioni sorte, almeno inizialmente, col riunirsi di comunità attorno a motivi economici, amministrativi e culturali?

Città industriale, commerciale portuale, città nuova o vecchia, alta o bassa, città aperta, d’arte, dei ragazzi, città dormitorio, franca, città giardino o museo, città santa, satellite, universitaria, città che racchiude tutte queste definizioni o nessuna: città deserta, disabitata.

Tante sono le definizioni della città quanti i quartieri, quante le persone che le abitano. Abitare, però, in una città accogliente è possibile solo a certe condizioni, alcune delle quali sono venute meno con la pandemia. Città il cui statuto non era in discussione, con la pandemia hanno mostrato il loro lato debole e le insostenibilità della loro configurazione.

“Il Sole 24 Ore”, per esempio, ha ridefinito la classifica annuale della qualità della vita secondo nuovi parametri per i quali l’ordine precedente ha subito una ridefinizione: al primo posto, secondo il giornale economico, troviamo Bologna, seguita da Bolzano, Trento, Verona, Trieste ed Udine. Milano, vincitrice nel 2019 e nel 2018, scivola all’11° posto: pesa infatti «il crollo del Pil pro capite in base alle stime 2020, ma anche il nuovo indicatore sullo spazio abitativo medio a disposizione (con una media di 51 mq per famiglia)».

Le nostre città, comunque, almeno secondo l’”Economist”, non sono modelli sostenibili e nessuna città italiana, secondo la classifica globale della rivista londinese, è tra le prime dieci. Roma, tra le metropoli che più di tutte ha perso posizioni in classifica negli ultimi sei mesi, e ora è 57esima.

Mettendo da parte le classifiche, è evidente che in città, a fronte di un importante costo della vita e di un inquinamento sempre crescente, si vive e si va a vivere per svariati buoni motivi come presenza di lavoro, di servizi, ampia libertà di movimento. Motivi che, senza dubbio, sono stati messi in crisi dalla pandemia. La città, quindi, per ridefinirsi, ha bisogno di concentrarsi su un riadattamento che ponga l’attenzione su alcuni aspetti determinanti: lavoro, habitat e senso di comunità.

Un libretto che riflette su questi molteplici aspetti, da una prospettiva collettiva è La città buona. Per una architettura responsabile dell’architetto Alfonso Femia e dello storico dell’arte Paul Ardenne. Il testo, appena uscito per Marsilio, esamina la città attraverso quattro questioni declinate nelle seguenti sezioni: Pandemia e vulnerabilità, Ripensare la città, La scuola al centro della città, L’habitat.

Secondo gli autori, solo l’impegno collettivo può riprogettare una città. L’impegno e l’attenzione di tutti, cioè, attraverso la discussione, la condivisione e la presenza attiva, possono spingere il decisore politico a mutare alcune scelte date come assurdamente immutabili e mettere in luce l’inadeguatezza della nostra società alle nuove condizioni di vita e dell’attuale offerta in materia di architettura e urbanistica, che progetta habitat e scuole inadeguati, città in cui servizi e prerogative sono distribuiti in maniera incoerente.

Tutti, allo stesso modo, devono ambire allo stare bene nella città. I bambini, i giovani, i vecchi, i soggetti vulnerabili devono avere a disposizione un setting di cura e partecipazione. La città è il luogo per eccellenza della democrazia. È il luogo dove si discutono e poi si prendono le scelte per la collettività.

Ripensare la città dopo la pandemia, allora, non è forse un atto da delegare ad esperti ma piuttosto un diritto e un dovere urgente di ogni cittadino che è tale in quanto abita quella specifica città, che gli appartiene e da cui è appartenuto. Tornare a pensare che ognuno è responsabile della parte della città che abita è il primo passo per immaginare ed esigere città sostenibili, dove ambiente, cultura e lavoro siano le nuove fondamenta di questa aggregazione multiforme e secolare che è la città. Non ideale, ma vivibile.

Simone Biundo

Simone Biundo (Genova, 1990) è insegnante di lettere a Genova in una Scuola secondaria, è editor della rivista «VP Plus», è ricercatore indipendente di storia dell’editoria e della letteratura. Ha pubblicato poesie su «Neutopia», «Margutte», «Poesia del nostro tempo» e «Nuovi Argomenti». Per Interno Poesia è uscito il suo primo libro di poesie, "Le anime elementari" (2020). Con il poeta Damiano Sinfonico, l’attrice e linguista Sara Sorrentino cura la rassegna di poesia contemporanea , poet. – alla libreria Falso Demetrio. Qui in EDUCatt collabora come ghostwriter, SMM e content manager.

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