Notizie che non lo sono
Conseguenze reali di giudizi molto virtuali e code più lunghe di quanto vorremmo per storie senza fondamento sono un invito a riflettere su ciò che scriviamo, diciamo, utilizziamo, non soltanto in comunicazione.
Gogne mediatiche e parole argute
Qualche tempo fa ha fatto un po’ di rumore – almeno per qualche settimana, che oggi sul circuito velocissimo delle notizie è davvero un tempo notevole, a causa degli strascichi e per alcuni aspetti della vicenda – la storia della proprietaria di una pizzeria nella bassa lombarda, accusata neppure troppo velatamente di aver diffuso un post su Facebook in cui appariva come un’eroina a difesa di un cliente con disabilità; il post era risultato poi probabilmente falso, o “aggiustato” più o meno ad arte. La signora aveva ricevuto parecchi like e commenti positivi, che si erano trasformati in «gogna mediatica», per usare una locuzione abusata (e forse anche obsoleta: la gogna era un interessante quanto crudele metodo punitivo pubblico, prima un collare e poi la più nota struttura in legno il cui uso è stato smesso intorno al diciannovesimo secolo, con qualche incredibile strascico nel ventesimo).
La storia era finita male, la condanna – sempre mediatica – di alcuni dei personaggi che le si erano scagliati contro apostrofandola con parole argute, per usare una frase di un paroliere d’eccezione come De Andrè, e ahinoi con il suicidio della protagonista.
È un esempio, estremo in verità, delle conseguenze reali che notizie o giudizi molto virtuali e spesso privi di controllo, messi in rete con una certa leggerezza, possono provocare; non è l’unico, ed è un fenomeno che pare sempre più frequente.
In questa occasione, ci si potrebbe chiedere inoltre come mai la notizia del contenuto – più o meno vero, più o meno aggiustato – generato dalla protagonista della nostra storia, sia diventato virale, o se a renderlo tale non sia stato proprio l’attacco di personaggi con un gran seguito.
In entrambi i casi, la notizia non era tale, sicuramente non tale da costringere poi a un’enormità quella che alla fine è risultata la vittima.
Il discorso sulla «notiziabilità», cioè su quell’indicatore che rende interessante una storia perché sia pubblicata o se ne dia rilevanza, potrebbe essere lungo.
In un libretto di qualche tempo fa Luca Sofri, allora direttore del Post, parlava di storie «troppo belle per essere vere»; ma qui si tratta di notizie che proprio non hanno i requisiti dell’interesse, eppure conquistano, in una logica quantitativa (governata ancora una volta dall’algoritmo), home page di giornali tradizionali al pari di gattini ipnotici.
La conclusione, come in altri casi, è un invito a tener conto delle conseguenze di ciò che scriviamo – la scrittura, di qualunque tipo, così come la chiacchiera, non è mai neutra – prima di avventurarci in una nuova impresa o anche soltanto in un commento, sia pure giustificato magari dalla volontà di reagire a quella che ci pare una considerazione ingiusta (o falsa).
Ancor prima si tratta, in fondo, di cercare di fare sempre attenzione a ciò che pubblichiamo, creiamo, utilizziamo per i contenuti di una nostra campagna di comunicazione; come ricorda ancora Luca Sofri, numerose tra le notizie false («che non lo sono») nelle quali cadono – credendoci – in molti sono il risultato di errori o leggerezze compiuti nella generazione di contenuti tradizionali, spesso ritrovati su testate autorevoli, «che hanno ormai rinunciato al ruolo di filtro e alla propria funzione di controllo».
Ma, sempre per usare le parole di Sofri, ad ogni modo «il punto non sono gli errori, che capitano: è che se non ci stai attento capitano più spesso. E se invece di correggerli, capire dove hai sbagliato, imparare, ed evitare di rifarlo, chiami chi te lo ha segnalato, per lamentarti, è difficile che tu poi ne faccia meno, di errori».
Le storie che scompaiono
E poi ci sono le storie che, letteralmente, scompaiono: al di là della durata sempre più breve del ciclo di vita delle notizie – fino a qualche anno fa circa una settimana, ma normalmente il web non dimentica, e un’impronta a cercarla bene si trova – le fake news durano anche meno di sette giorni, e molte volte scompaiono in fretta quasi senza lasciare traccia; ma spesso sono sufficienti per influenzare, per esempio, una parte dell’elettorato in una campagna presidenziale.
Altrettanto spesso, alcune notizie che occupano le prime pagine a seguito di scoop più o meno reali portano con sé le code di altre sullo stesso argomento che lo sono sicuramente molto meno (per fare un esempio, dopo un episodio di criminalità in una città si parla a lungo di altri episodi, più o meno gravi, che si verificano nella stessa città, fino a «notiziare» anche dei semplici arresti per vagabondaggio, neppure troppo superiori alla media, dando l’impressione di una pericolosità o di un degrado che potrebbe essere reale ma che non ha una correlazione diretta con tutto ciò che viene raccontato; ne parla tra gli altri Silvio Malvolti in un articolo di qualche tempo fa).
Inopinatamente, alcune notizie scomparse generano delle «code lunghe», soprattutto in rete, che possono andare molto al di là delle intenzioni di chi le ha generate.
È una lezione interessante: la spia della possibile falsità sta come altre volte nel controllo delle fonti, l’invito invece risiede ancora una volta nel non diffondere notizie – informazioni, dati – su cui non abbiamo certezza e delle quali non abbiamo verificato e ritrovato la provenienza per evitare di incorrere, se non in uno stigma, almeno nel rimorso di non aver agito secondo coscienza (professionale).
La conclusione, anche in questo caso, è un invito alla riflessione e all’attenzione, sia nel momento in cui fruiamo dei contenuti altrui che quando li diffondiamo o li creiamo, una regola base che non inficia la leggerezza e che non vale per la sola comunicazione.
[in copertina: un animale impossibile, elaborazione da Ulisse Aldrovandi, Monstrorum Historia, Bologna 1642]

