«Il mezzogiorno incombe, l’ora che dicono immota»
«È l’ora della controra, l’ora della controra del demone meridiano quando la vita fugge di mano, è l’ora del mezzogiorno» (V. Capossela, La Bestia nel Grano). A questo punto del giorno sarebbe meglio ritirarsi in casa al riparo dal caldo e dalle apparizioni antiche e meridiane.
Bonaccia, calura,
per ovunque silenzio.
(D’Annunzio, Meriggio)
Muto avvampa il calore nella gloria dell’estate, «…Bisbigliano appena gli uccelli, poi tacciono, vinti dal sonno. Sembrano estinti gli uomini, tanto è ora pace e silenzio…» (Saba, Meriggio d’Estate), riposo dalla fatica, immobilità.
È questa l’ora in cui «si scorgono i Numi», annota Servio nel commentare Virgilio.
In queste ore si incontrano i morti, appaiono le ninfe per il loro bagno, dalle quali è meglio guardarsi onde evitare la ninfolessia, la «Follia che viene dalle Ninfe» di cui invece è preda Socrate quando proprio a mezzogiorno discute con Fedro presso un luogo a loro sacro.
Male incolse all’imprudente Atteone che avrebbe fatto meglio a dormire come gli altri cacciatori nel momento in cui – «il giorno a metà del suo corso aveva rattrappito le ombre e il Sole si trovava a pari distanza dai suoi due confini» (Ovidio) – vide Artemide in acqua con le sue ninfe.
Sono le ore del fauno e del suo flauto evocati da Debussy nel suo Prélude à l’après-midi d’un faune, è il tempo in cui passeggiano gli dèi, soprattutto Pan, che induce però il panico.
È altresì il momento delle sirene la cui azione sembra essere più efficace nell’assordante e opprimente ora meridiana quando, per riprendere i versi del libro XII dell’Odissea, il vento cessa e viene la bonaccia: un nume (daimon nel testo greco) addormenta le onde.
L’assenza di vento estenua ulteriormente i marinai che non potendo contare sulle vele, devono remare nel caldo soffocante gravati anche dalla luce riflessa dal mare senza onde; e allora viene davvero voglia di lasciarsi andare al canto delle sirene che può essere veramente omicida, la dolcezza dell’accidia è irresistibile.
Questo daimon che si manifesta a mezzogiorno in tutta la sua forza distruttrice (Salmo 91,6 δαιμονίου μεσημβρινοῦ) è lo stesso che ottunde la rettitudine di Davide quando scorge la bella Betsabea fare il bagno; è il demone incarnato in Meridiana, appunto, la strega incontrata da Gerberto d’Aurillac che successivamente diventato papa Silvestro II.
È, cosa ben più grave, il demone portatore di accidia, l’«atonia dell’anima» come la definisce il monaco che più di tutti l’ha studiata, Evagrio Pontico: «Il sole sembra immobile al monaco in preda all’accidia e la giornata gli appare interminabile. Il dèmone lo induce ad abbandonare la sua cella e a fissare lo sguardo sul sole per verificarne l’immobilità. L’odio per il posto in cui vive, per la propria vita e per il lavoro scaturito dalle proprie mani si impadronisce di lui ed egli crede che i suoi compagni non lo amino più e che non ci sia nessuno disposto ad aiutarlo e a confortarlo […] e il dèmone usa infine ogni mezzo per indurre il monaco alla fuga» (Evagrio, Contro i Pensieri Malvagi).
Questi sono forse «pregiudizi antichi», come scrive Leopardi nel capitolo Del Meriggio nel suo Saggio sopra gli Errori Popolari degli Antichi; tuttavia sembra più opportuno non rischiare e affrontare le torride ore estive e meridiane al sicuro nel sonno ristoratore, come nella lunga sequenza iniziale dei Basilischi di Lina Wertmuller in cui si sottolinea la sacralità del riposo post prandiale.

