Comunicazione

Siamo tutti pezzi di un ingranaggio

Da una storia di stupefacente archeologia subacquea la classica metafora dell’ingranaggio trae nuovi significati: si tratta soprattutto di tenere presente che per chi fa della Comunicazione – e più in generale per chi lavora – c’è sempre qualcun altro che viene «prima» e «dopo» da considerare e, a ben vedere, cui prestare il rispetto che la dignità del lavoro merita sempre.

All’alba del ventesimo secolo, nell’ottobre non troppo caldo del 1900, nei dintorni di una piccola isola del Mare Egeo (Antikythera; Cerigotto per i Veneziani che l’avevano posseduta), dei pescatori di spugne di rientro dall’Africa scoprirono pressoché per caso il relitto di una nave mercantile romana carica di beni di lusso.
Tra i reperti recuperati, insieme a statue, animali e altri oggetti di bronzo si trovava un blocco di pietra, che a un esame più approfondito si rivelò uno stupefacente manufatto, fortemente corroso dalla salsedine, composto di una serie di ruote dentate ricoperte di minuscole iscrizioni, facenti parte di un elaborato strumento meccanico, tutto da interpretare.
Le ipotesi, più o meno fantasiose, sull’utilizzo dello strumento sono diventate certezze soltanto nel 2016 e alla fine nel 2022, grazie alle possibilità di indagine garantite dalle nuove tecnologie: si trattava di un complesso ordigno i cui ingranaggi, una ventina di ruote dentate e un differenziale, lavorando tutti insieme permettevano di mostrare un calendario solare e lunare, calcolare il moto dei pianeti e prevedere le eclissi.

Qualcuno lo ha definito «il primo computer della storia»; di qualunque cosa si tratti, è senza dubbio una macchina stupefacente che rivela una capacità tecnica notevole, ma che può essere interpretata anche metaforicamente: tolte le incrostazioni, tutti i pezzi combaciano e lavorano insieme fino a far muovere persino i pianeti.

Senza scomodare l’astronomia, è una bella metafora del lavoro di gruppo in comunicazione: che rischia di incrostarsi, ma in cui ciascun pezzo è essenziale per la riuscita dell’obiettivo, ed è legato al pezzo che viene prima e a quello che viene dopo.

L’immagine dell’ingranaggio non ha niente a che fare con le atmosfere di Charlie Chaplin in «Tempi moderni», il film del 1936 che criticava l’alienazione della società moderna con l’avvitare bulloni e il muoversi tra ruote dentate giganti, o di «Hugo Cabret», il film realizzato in 3D da Scorsese nel 2011 che racconta di un automa, di un ragazzo e di Georges Méliès; tutt’altro.

Il valore della reputazione

La questione di fondo è che la Comunicazione – e per la verità quasi tutto, in azienda – si realizza grazie alla coincidenza di più fattori, di più operazioni in cui ciascuno fa la sua parte, e soprattutto viene «dopo» qualcuno e «prima» di qualcun altro, spesso utilizzando e integrando diversi strumenti, qualche volta insospettabili, per interagire con i propri clienti, utilizzatori, interlocutori.

Ad esempio, chi vende un libro, chi sta allo sportello o distribuisce il pasto in una mensa «comunica» l’azienda cui appartiene nel momento stesso in cui opera, trasmettendone i valori e le iniziative. Se è distonico, se ha un comportamento inadeguato, non informa o non è informato su quanto accade ai suoi colleghi che magari promuovono un’iniziativa pochi metri più in là, rischia di vanificarne gli sforzi e causare un impatto negativo, alla fine, anche sul proprio lavoro.

Il valore dell’ingranaggio, in questo caso, non ha niente a che fare con l’alienazione: se gira bene e si incastra con gli altri anzi consente di preservare e far crescere la reputazione – aziendale, ma anche personale – presso i propri clienti, così come al contrario se incrostato rischia di fermarsi e di danneggiare, persino, l’intero meccanismo – fuor di metafora, la medesima reputazione che potrebbe poi essere difficile da recuperare.

Il prima e il dopo

Anche in una campagna di comunicazione, da un altro punto di vista, è doveroso tenere conto di chi sta «prima» – il committente, l’operatore che esegue e che della campagna potrebbe essere il promotore, il pubblico di riferimento (che, sembra banale, deve essere identificato «prima» e non «dopo» l’avvio), eccetera – e di chi sta «dopo» il momento in cui la si concepisce: i grafici, i tecnici, gli stampatori, gli installatori, i distributori e tutte quelle figure professionali su cui ricade l’esecuzione di un «pezzo» che porta alla veicolazione del messaggio; infine il pubblico, che qui nel «dopo» ritorna come effettivo destinatario.

Se ignoriamo – perché non le conosciamo, perché non ci siamo informati, perché non ascoltiamo o perché non riusciamo ad accedere alle informazioni – le esigenze profonde di chi ci chiede di costruire una campagna di comunicazione, rischiamo di non centrare l’obiettivo; dall’altro lato, se non teniamo in considerazione il lavoro necessario a chi viene dopo e lo lasciamo a cavarsela con scadenze che diamo ravvicinate o con tempistiche che si sovrappongono o con difficoltà tecniche di cui non siamo consapevoli e che non ci interessano, finiamo per stressare il meccanismo e rischiamo di danneggiarlo; peggio, se ne facciamo un’abitudine rischiamo di romperlo.
Anche qui, fuor di metafora, oltre a non raggiungere l’obiettivo rischiamo di fare un lavoro la cui qualità, per dirla con Giovenale, è imbrattata di creta e finirà per mostrare presto le crepe.

Una piccola digressione, che vale da esempio; il discorso si applica ancora all’editoria, un campo in cui chi fa e pubblica libri tende sempre di più a comprimere i tempi, a «stressare» il lavoro sia di chi viene prima (il redattore, l’impaginatore) che di chi viene dopo (lo stampatore, il distributore): ma alla lunga il meccanismo inevitabilmente si inceppa, e soprattutto si sacrifica la qualità di ciò che si produce, senza avere margine di correzione per un errore. Ancora peggio, abbassando la qualità si finisce per perdere il destinatario, che sarà poco invogliato a scegliere una proposta insoddisfacente.
Se un redattore prepara un documento in modo che sia il più «pulito» possibile, o struttura un file con metodo prima di mandarlo alla stampa, facilita il lavoro di produzione e si garantisce un risultato finale migliore; se invece manca di attenzione, o si riduce a utilizzare il fondo degli ultimi minuti a disposizione, o passa allo stampatore un file approssimativo che poi è necessario correggere, produce stress organizzativo e per lo più ottiene un risultato che non corrisponde alle intenzioni.
In alcuni casi, in effetti, il risultato non lo ottiene affatto.

In ogni caso, è anche una dimostrazione che il rispetto delle persone e del lavoro di ciascuno dei componenti di una filiera permette di costruire ammirevoli meccanismi in grado, alla fine, persino di mostrare – come quello di Antikythera – un cielo intero pieno di stelle.

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