«Vi lascio la pace», un incontro straordinario
«Chi fa da paciere tra gli uomini non può essere un bugiardo, perché accresce il bene»; sotto questo auspicio del profeta Muhammad avvenne un incontro fra uomini straordinari: Francesco d’Assisi e al-Malik al-Kamil, “il re perfetto”, sultano d’Egitto.
I signori della Cristianità, convocati da papa Innocenzo III con una bolla già del 1213, decisero di cingere d’assedio Damietta, porto sul delta del Nilo e centro nevralgico del sistema portuale, militare e commerciale egiziano, per chiedere Gerusalemme in cambio della liberazione dal blocco. Così fecero a partire dalla fine di agosto del 1218 rimanendo però ben presto stremati dalle epidemie, dalle intemperie e dagli allagamenti causati dal Nilo.
Nel mentre, il legato pontificio, il cardinale Pelagio, uomo energico e impulsivo, contendeva al re di Gerusalemme Giovanni di Brienne il comando militare della campagna: non si riusciva a superare il punto di stallo cui si era arrivati e oltre a ciò bisognava aggiungere la defezione del duca Leopoldo d’Austria che con parecchi crociati abbandonò la spedizione stanco per l’inutile ed estenuante assedio.
Molti altri sarebbero caduti in battaglia il 29 agosto 1219; intorno a quella data doveva aver raggiunto l’accampamento cristiano anche Francesco d’Assisi poiché effettivamente nella Legenda maior scritta da Tommaso da Celano si legge che Francesco sconsigliò ai crociati di combattere quel giorno sulla base di una premonizione mandatagli da Dio.
Dopo aver assistito all’infausta giornata del 29, Francesco uscì dal campo crociato e, attraversando i terreni su cui la guerra aveva lasciato le sue pesantissime tracce, raggiunse le linee nemiche chiedendo di parlare con il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil.
Si presentava “munito dello scudo della sola fede”, come si legge nella Historia occidentalis scritta dal vescovo d’Acri Giacomo di Vitry presente in quei giorni a Damietta, vestito di un semplice saio provvisto di suf, di cappuccio, ed effettivamente egli un sufi lo era sul serio nel senso letterale del termine e forse sembrava anche un po’ pazzo.
Lì «frate Francesco parlò e bene predicò che il gran sultano ascoltò e molto lo ammirò», dicono le Fonti Francescane (così anche Angelo Branduardi che ad esse si è ispirato per la composizione dell’Infinitamente Piccolo).
Il sovrano lo ammirò a tal punto che congedandolo con onore gli raccomandò di pregare affinché egli potesse conoscere da Dio quale fede sia la migliore.
Filtrando al setaccio Giacomo da Vitry, Ernoul, Tommaso da Celano e Bonaventura da Bagnoregio si può con ragionevole certezza stabilire che il sultano gli abbia davvero concesso udienza e che ricevendolo come ospite nella sua tenda lo abbia protetto, ascoltato con favore e benevolenza, nutrito, medicato e gli abbia offerto dei doni che il frate di Assisi ormai staccato dalle cose del mondo avrà rifiutato.
Nel cimitero di Quarafa al Cairo, sulla tomba del mistico Fakhr ed-Din Muhammad ibn Ibrahim Farisi, direttore spirituale del sultano, si ricorda l’incontro “con il famoso monaco”. Fu dunque un incontro che lasciò il segno anche dall’altra parte. Del resto Francesco voleva solo testimoniare: non era sua intenzione convertire nessuno, come ricorda Franco Cardini.
Non si sa se l’offerta di Gerusalemme, della Palestina centrale, della Galilea con Nazareth e con la reliquia della Vera Croce e di un tributo per mantenere i castelli dell’Oltregiordano in cambio della fine dell’assedio formulata dal sultano e rifiutata da Pelagio sia conseguente all’incontro col figlio di Pietro Bernardone.
Il fatto è che nel mezzo della devastante desolazione guerrafondaia, due uomini più illuminati di altri si sono incontrati per parlare di Dio e di pace, e anche se «non si può dir che sia servito a molto perché il male dalla terra non fu tolto» e quella stessa guerra si protrasse per altri due anni, nove anni dopo lo stesso sultano al-Kamil trattò con successo con lo “stupore del mondo” Federico II risolvendo una nuova contesa senza ulteriori sanguinosi combattimenti.
Ottocento anni dopo, in piena sintonia di spirito con quanto accaduto quel giorno a Damietta, anche l’Università Cattolica del Sacro Cuore promuove il continuo dialogo con i fratelli arabi tramite la creazione dell’Istituto di Cultura Araba inaugurato un anno fa che già si onora di aver ospitato l’emiro di Sharja, il sultano e professore di storia bin Muhammad al-Qasimi.
[nell’immagine di copertina: Benozzo Gozzoli, san Francesco e il Sultano, X riquadro del Ciclo di affreschi con storie di san Francesco nella Cappella del Coro della Chiesa di san Francesco di Montefalco, ca. 1450-1452, Museo Benozzo Gozzoli]

