Storie

Fino a quando, Cicerone, abuserai della nostra pazienza?

Cicerone, l’”uomo nuovo” originario d’Arpino, fra il 7 e l’8 novembre del 63 a.C. affrontò con veemenza in senato il nobile Catilina – «fino a quando Catilina abuserai della nostra pazienza?» –  e, per aver scongiurato il grande pericolo per lo Stato, si fece nominare “Padre della Patria”, patria che comunque di lì a poco non si salvò. Una interessante metafora per interpretare, come sempre accade per la Storia, anche l’oggi.

Nel 66 a.C., tornato dal suo anno da governatore nella provincia d’Africa, Lucio Sergio Catilina si candida al consolato per l’anno 65 a.C., ma la candidatura non viene accettata perché presentata in ritardo. Nel 65 un processo bene assestato (relativo al suo operato di governatore) ne determina nuovamente l’esclusione dalla lista dei candidati per il 64. Con pazienza Catilina si ripresenta alle elezioni del 64 per cercare di diventare console nel 63 e, in una riunione preelettorale privata tenuta in casa sua, presentata da Sallustio nei cap.20-21 della Congiura di Catilina già come una cospirazione, si augura, una volta eletto regolarmente console,  di porre fine alla infelicità del vivere di quanti hanno «la miseria in casa, i debiti fuori, triste l’oggi, spaventoso il domani» e di cancellare i debiti: programma davvero troppo sovversivo per i sepolcri imbiancati latifondisti e creditori dell’oligarchia dominante di cui Cicerone sarà, lui «uomo nuovo» (cioè non di stirpe nobile), il maggior difensore nonché il candidato per le elezioni di quell’anno.
Occorre qui ricordare che il meccanismo di voto romano premiava il numero di centurie, divise per classi di censo, e non il numero dei cittadini effettivamente votanti. Pertanto, agli aristocratici e ai cavalieri del ceto borghese basta far fronte comune puntando su Cicerone per eleggerlo a discapito di Catilina. Il quale però non si dà per vinto, e ripropone ancora una volta la sua candidatura a console per l’anno 62.

Nel frattempo il suo programma di riforme politiche e sociali si diffonde anche fuori dall’Urbe e incontra il favore delle genti di Etruria, Apulia, Piceno, Campania, che si recano a Roma nel luglio del 63 desiderosi di votare a suo favore. Il console Cicerone fa rinviare le elezioni al 21 ottobre successivo (quando gli italici convenuti a Roma sono ormai tornati nei loro municipi), poi decreta il trionfo di Lucullo appostato fuori città con le sue legioni in modo che i soldati luculliani possano votare per l’altro candidato a loro affine, Murena.
È il 20 ottobre; si dovrebbe votare l’indomani, ma Cicerone all’ultimo momento con un senatoconsulto – che peraltro gli conferisce pieni poteri – blocca le votazioni utilizzando un argomento clamoroso, ottenuto grazie a suoi informatori infiltrati in casa di Catilina (tra l’altro, Cicerone si vanterà di aver scorrettamente messo in piedi un servizio di spionaggio; nella Prima Catilinaria il tema ricorre in maniera ossessiva): Catilina avrebbe detto ai suoi sostenitori che solo chi ha diretta e personale esperienza della miseria può diventare «difensore dei miseri», che i miseri non possono più credere alle promesse dei benestanti e che colui che in futuro si porrà alla testa dei miseri dovrà essere poco timido e molto sventurato.
Il 21 ottobre dunque, il giorno fissato per le votazioni, Cicerone in Senato chiede pubblicamente conto a Catilina di queste parole, a suo avviso incendiarie (Pro Murena, 49-51).
Nonostante il riferimento a un contesto privato Catilina risponde, ricorrendo alla metafora dei “due corpi” della Repubblica: l’uno infermo con una testa fiacca, l’altro sano ma senza capo, proponendosi così per guidare «il forte corpo senza testa».
Le nuove elezioni si svolgeranno il 28 ottobre, presiedute dal console in assetto da guerra e con la proclamazione dello stato di assedio. Catilina è sconfitto anche in quest’ultima consultazione elettorale (dove avrà la meglio quel Murena che nemmeno un mese dopo sarà accusato di brogli elettorali e sarà difeso da Cicerone console in carica e promulgatore proprio quell’anno di una severissima legge contro i brogli elettorali).

Solo alla fine del 63, dopo questa ennesima sconfitta, Catilina percorre strade alternative e non legali.
Si trama un attentato ai danni del console che però non avviene grazie ai servizi di spionaggio di Cicerone, il quale poco più tardi riesce ad arrestare e a far condannare alla pena capitale i catilinari presenti ancora in città. Violando la legge Porcia sul diritto del cittadino condannato a morte di chiedere appello al popolo, fa eseguire immediatamente la condanna. Il sangue dei catilinari giustiziati ricadrà su di lui che qualche anno dopo per questo motivo verrà esiliato. «Fino a quando sopporteremo che costui faccia il re?», dirà Clodio irridendolo (Ad Attico I, 16,10).
Nella Quarta Catilinaria, forte del successo su Catilina, Cicerone non esita a paragonarsi a Romolo, a Scipione, a Mario e a Pompeo col quale cerca un abboccamento per proporgli un condominio ai vertici dello Stato in cui egli si occuperebbe dei nemici interni e Pompeo di quelli esterni. Come racconta infine Plutarco «infastidì parecchia gente (e generazioni di studenti! n.d.r.) con quel suo lodarsi e celebrarsi continuamente. Non era possibile che si riunisse il Senato o il popolo o il tribunale senza che lo si dovesse stare a sentire mentre parlava per l’ennesima volta di Catilina» (Vita di Cicerone, 24). Ma l’ora dei signori degli eserciti è ormai scoccata.

 Catilina, che si era seduto dalla parte del torto perché gli altri posti erano già occupati, lasciando Roma per andare a morire in battaglia, si rivolge al suo vecchio prestigioso amico Quinto Lutazio Catulo ribadendo ancora una volta: «Ho pubblicamente assunto su di me, come mia consuetudine, la causa dei miseri» (Sall., 35).
Nel campo, riferisce Sallustio, «dopo la battaglia avresti visto quanta audacia e quanta forza d’animo regnassero fra i soldati di Catilina: ognuno copriva col corpo, perduta l’anima, il posto che aveva occupato da vivo nel combattere… tutti erano caduti con ferite al petto, Catilina poi venne trovato lungi dai suoi fra i cadaveri dei nemici che respirava ancora un poco mantenendo in volto la fierezza d’animo che aveva avuto da vivo».

[nell’immagine di copertina: Cesare Maccari, Cicerone denuncia Catilina in Senato, Roma-Palazzo Madama]

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