NewsRiflessioni

Rispetto, determinazione, condivisione: essere tedofora per Milano-Cortina 2026

Carmen Santaniello, studentessa di Scienze dei beni culturali all’Università Cattolica di Milano e collegiale del Paolo VI, racconta l’orgoglio e l’emozione di essere stata nominata tedofora e di aver portato la Fiaccola Olimpica dei giochi invernali Milano-Cortina 2026 ad Avellino, sua città natale.

Avevo sette anni quando vidi per la prima volta la Fiamma olimpica in televisione. Erano le Olimpiadi di Londra del 2012 e non conoscevo ancora il significato di “competizione” o “sacrificio”. Ma il significato di quella torcia sì: non si trattava solo fuoco, ma anche di passaggio, memoria e qualcosa di vivo.
Ricordo di aver pensato che portarla, anche solo per pochi metri, avrebbe potuto cambiare chiunque lo facesse.

Anni dopo, quando ho scoperto che il mio Ateneo, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, partecipava a questa iniziativa, vi ho scorto un segno. Un sogno silenzioso che tornava a farsi sentire, chiaro e improvviso, nel momento giusto.
L’opportunità di essere stata tedofora per la mia città natale, Avellino, per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 è stata una vera e propria esperienza totale. Quando ho preso la fiaccola tra le mani, ho sentito il peso leggero della responsabilità e, insieme, una gratitudine profonda. In quell’istante il tempo si è contratto e passato e presente si sono toccati. C’era la bambina che guardava incantata lo schermo della televisione e c’era la persona che sono oggi, una donna consapevole, presente e chiamata a rappresentare qualcosa che va oltre se stessa.

Ogni passo era carico di significato, perché non stavo semplicemente correndo, ma stavo custodendo un passaggio. La fiamma non appartiene infatti mai a chi la porta, ma a ciò che mette in relazione, perché è un simbolo che esiste solo se viene trasmesso, condiviso e affidato. E in questo ho riconosciuto profondamente i valori in cui credo.

Per prima cosa il rispetto, che nasce dall’ascolto e dal riconoscere l’altro come portatore di una storia unica. La determinazione, in secondo luogo, che non è ostinazione, ma scelta quotidiana di non accontentarsi e di crescere senza scorciatoie. E, infine, la condivisione, che è il valore che sento più mio, perché nulla acquista senso se resta confinato in un’esperienza individuale.

Portare la torcia è stato rendere visibili questi valori, senza proclami e senza rumore, e mettendo a disposizione solo la mia presenza. Ho provato un’emozione intensa e allo stesso tempo lucida, insieme a una concentrazione rara, quasi sacra. In quel momento ho sentito che non servono medaglie per rappresentare qualcosa di autentico, ma bastano coerenza, profondità e verità.

Essere tedofora ha significato abitare un simbolo, anche solo per pochi istanti, e lasciarsi attraversare dal suo significato. Correre con il cuore colmo di gratitudine e consapevole che alcuni gesti, anche se brevi, lasciano tracce durature.

Una fiamma non illumina solo il percorso di chi la porta, ma anche lo sguardo di chi la vede passare, riaccendendo, a volte, sogni che stavano solo aspettando il momento giusto per tornare a bruciare.

EDUCatt EPeople