A cinquantanni da «La stanza del vescovo»
Sono passati cinquant’anni esatti dalla prima apparizione del romanzo La stanza del vescovo di Piero Chiara, uscito nel febbraio del 1976 per Mondadori. Un romanzo dimenticato che spesso riposa sotto un velo di polvere sulle bancarelle dell’usato, ma anche un libro sottilmente ironico, tragico e misterioso quanto le acque del lago Maggiore sui cui è ambientato.
È l’estate del 1946, la Seconda guerra mondiale è terminata da poco, e sulle rive del Lago Maggiore la vita, cullata dalle dolci acque alpine, riprende. Il protagonista di questa storia è un giovane trentenne di cui non si saprà mai il nome che, a bordo di una grossa barca a vela, la Tinca, solca le acque tra un ormeggio e un altro, senza nessun scopo se non la ricerca della pace e dello smarrimento.
Dopo una giornata dominata dall’inverna, il vento che, risalendo dalla pianura lombarda risale il lago per tutta la sua lunghezza, il giovane getta l’ancora nel porticciolo di Oggebbio. Mentre sta preparando la cuccetta per la notte è spiato da un signore di mezza età, Orimbelli, che poi attacca discorso con malizia ma con tono apparentemente distratto e, sempre con aria svagata, lo invita a Villa Cleofe, dove vive con la moglie più anziana di lui e la bella cognata Matilde, vedova.
Nel giro di poche pagine, gli ingredienti di questa storia d’acqua dolce e amara, il sesto romanzo di Piero Chiara, nato a Luino nel 1913 e morto a Varese nel 1986, uno scrittore oggi lasciato in disparte ma che tra gli anni Sessanta e Settanta vendette oltre 4 milioni di copie, ci sono già tutti.
Il giovane infatti, attirato soprattutto dalla bellezza di Matilde, accetta l’ospitalità ed è irretito in un gioco più grande di lui. Gli viene assegnata la camera detta del Vescovo, il cui grande armadio è occupato da un’antica veste talare. Immediatamente, senza potere altrimenti, si sente catturato e respinto dal mistero che si respira in quelle stanze ma soprattutto dal fascino che sprigiona Orimbelli, uomo dal passato misterioso, dottore in legge senza esercitare e cacciatore di dote, che ha vissuto dieci anni lontano da Villa Cleofe, prima in Africa, poi a Napoli.
Che vita ha fatto? Quali sono i veri rapporti che intercorrono tra gli abitanti di villa Cleofe? E Matilde perché è vestita a lutto da dieci anni? Sono le domande che il giovane si pone mentre si lega sempre più a Orimbelli, e da questi è sovente ingannato, durante l’estate di navigazione che i due affrontano, con l’unico obiettivo di imbarcare donne nei porti più disparati del Lago Maggiore

Un’estate vissuta da Casanova, di cui Chiara era studioso ed esperto (gli dedicò infatti un saggio, Il vero Casanova, nel 1977), fino al colpo di scena e alla morbosa tragedia finale, vissuta in minore, come in penombra, appena intravista tra i bagliori che le luci delle ville rispecchiano sul lago.
Un romanzo potentemente visivo, da cui Dino Risi trasse nel 1977 il film omonimo con Ugo Tognazzi e Ornella Muti, che intreccia con sapienza trama e sottigliezze psicologiche, e che tratteggia con pennellate decise la vita di bordo dominata dalle onde e dai venti, l’enigmatico paesaggio lacustre, con le sue ville e le sue darsene, le sue isole misteriose, tingendolo di malinconia, di ossessioni, di perversioni silenti.
A cinquant’anni dalla pubblicazione per Mondadori, togliere La stanza del vescovo dalla bancarella e scuoterlo da quel velo di polvere che lo ricopriva, significa gettarsi in un modo di raccontare lieve come l’acqua ed immergersi nell’animo dell’essere umano, con le sue miserie e i suoi sogni di fuga. Un invito a prendere il largo e a volgere la schiena alla riva, mentre il vento gira e muove senza che ce ne accorgiamo le pagine del libro.
(immagine di copertina: William Stanley Haseltine Lago Maggiore Google Art Project) (Piero Chiara: Enrico Lamberti)

