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Dove finisce il tempo che stiamo risparmiando?

L’Intelligenza artificiale può aiutare a ottimizzare diversi processi, rendendoci più produttivi ed efficienti. Anche nei servizi destinati agli studenti l’IA può essere uno strumento efficace, ma come in ogni ambito può essere un’arma a doppio taglio.

È stato pubblicato la scorsa settimana uno studio della Banca d’Italia sull’impatto economico dell’Intelligenza artificiale sulle imprese italiane, dal quale è emerso che l’IA sta aumentando la produttività e la redditività delle aziende e creando profili professionali più qualificati senza avere, complessivamente, effetti negativi sull’occupazione. Le realtà, quindi, che negli ultimi mesi o anni hanno investito sull’IA sono riuscite, alla fine, a contribuire alla creazione di un mercato del lavoro che in Italia parrebbe più ricco, produttivo e qualificato.
Lo studio della Banca d’Italia getta dunque uno spiraglio di ottimismo sul tema dell’Intelligenza artificiale, pur dovendo dare una lettura complessiva che tralascia inevitabilmente alcuni casi particolari, come per esempio il recente licenziamento in blocco avvenuto a Marghera.

Le inquietudini emerse negli ultimi tempi sull’IA non riguardano, in ogni caso, soltanto il mercato del lavoro e i temi di giustizia sociale; è infatti notizia di pochi giorni la scoperta che la caduta del missile statunitense Tomahawk sulla scuola di Minab che ha ucciso 165 bambini iraniani sia stata in realtà provocata da un errore di valutazione del sistema di Intelligenza Artificiale utilizzato dal Pentagono che ha fatto riferimento a un database non aggiornato. Se l’uso dell’IA ha consentito di ridurre a poche ore la pianificazione di attacchi che un tempo avrebbero richiesto giorni o settimane di preparativi, utilizzando enormi quantità di dati privati raccolti a livello globale da aziende come OpenAi che ha sviluppato il bot ChatGpt, non ha lasciato però il tempo necessario a fare alcune importanti valutazioni.

Risparmiare il tempo grazie all’Intelligenza artificiale consente di averne dell’altro da investire altrove. Ed è sicuramente un vantaggio in termini di efficienza. Ma dove finisce realmente il tempo che stiamo risparmiando?

Proviamo a percorrere questa domanda spostando lo sguardo su un altro settore che sta subendo in questi ultimi anni profondi cambiamenti, che è quello dell’istruzione e, in particolare, dell’istruzione universitaria.

Università senza libri? è il titolo volutamente provocatorio a firma di Velania La Mendola, responsabile commerciale, della Comunicazione e degli eventi della casa editrice Vita e Pensiero, che, riportando una ricerca AIE (Associazione Italiana Editori) sulle abitudini di studio all’Università, evidenzia che su un campione di 1000 studentesse e studenti, 4 su 10 non usano i libri per prepararsi agli esami, ma slide, appunti, registrazioni delle lezioni, materiali autoprodotti.
Una fotografia cui aggiungiamo l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale come strumento per creare schemi, riassunti e presentazioni in pochissimo tempo.
La stessa ricerca fa però emergere un altro dato rilevante: il 78% degli intervistati, che sono per la maggior parte nativi digitali, dichiara di preferire il cartaceo per studiare e il 70% stampa anche le slide per prendere appunti, sottolineare e memorizzare.
Il dato, scrive La Mendola, «testimonia che c’è un limite umano insuperabile al momento, anche per i giovanissimi: per memorizzare abbiamo bisogno di tempo e di leggere su carta. Un limite che offre uno spiraglio di speranza, perché per la nostra umanità la finitezza è essenziale, come la nostra vulnerabilità, come ci ricordano costantemente l’antropologia e la filosofia».
La riflessione ha generato un dibattito sul numero 1/2026 della Rivista «Vita e Pensiero», con interventi di Paolo Gresti, Anna Granata, Raffaele Simone e Daniela Traficante.

Dove finisce, allora, il tempo che risparmiamo se non proprio laddove è necessario spendere del tempo?

Gli strumenti di IA stanno senza dubbio agevolando alcune operazioni e processi.
Il pensiero ha però un limite, che è tutto umano, che è il bisogno di tempo.
Negarlo è forse negare anche un po’ di umanità. Scriveva Robert Musil nell’incompiuto e monumentale Uomo senza qualità con un pizzico di ironia: «Non si poteva dire che nei tempi nuovi non vi fosse un maggior movimento di pensieri e di vicende, e doveva essere la conseguenza naturale dello scanso di quella perdita di tempo che è l’elaborazione spirituale».

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