Corrado Alvaro oggi, tra nostalgia e modernità
L’11 giugno 2026 ricorre il 70° della morte di Corrado Alvaro. Un’occasione per rileggere un autore attuale che ha attraversato la storia della prima metà del Novecento in Italia.
«Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque».
Inizia così, tra le acque e sui monti dove era nato, il capolavoro di Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte, pubblicato nel 1930.
Un dolore profondo e innervato nella terra, raccontato da un uomo che era nato il 15 aprile 1895 a San Luca, un piccolo paese nei dintorni di Reggio Calabria, arroccato sul versante ionico dell’Aspromonte. Alvaro, radicato nella punta estrema d’Italia, tuttavia diventerà ben presto un cittadino del mondo, immerso nella vita politica del suo tempo, a volte avanzando sulle vie più frequentate, sovente attraversando vicoli quasi deserti.
Fuor di metafora, è conveniente seguire alcuni cenni sparsi della sua biografia, avventurosa e composita. Nel 1910 viene espulso dal ginnasio retto dai gesuiti di Villa Mondragone, a Roma, perché sorpreso a leggere testi proibiti di Giosuè Carducci e di Gabriele D’Annunzio; partecipa alla Grande Guerra da interventista e già nel novembre del 1915 viene ferito nella zona di San Michele del Carso, maturando orrore per la guerra. In seguito inizia la carriera da giornalista prima nel «Resto del Carlino» e nel «Corriere della Sera», poi come corrispondente a Parigi de «Il Mondo» di Giovanni Amendola. Nel 1925 firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce e di conseguenza inizia a essere perseguitato dal regime e dai suoi sgherri, tanto che nel 1928 si trasferisce a Berlino. Al ritorno in Italia, attraverso la protezione di Luigi Pirandello e Margherita Sarfatti, riesce a trovare un posizionamento che gli permette di continuare a lavorare con la scrittura. Dall’arresto di Mussolini in poi, Alvaro si sposta sempre più a sinistra, fino a dichiararsi, in vista delle elezioni del 18 aprile 1948, per il Fronte Democratico Popolare.
Tra le numerose opere di Alvaro, che vinse anche il Premio Strega del 1951 con l’autobiografia Quasi una vita, spiccano tre opere: L’uomo nel labirinto, il già citato Gente d’Aspromonte e L’uomo è forte.
L’uomo nel labirinto è il primo romanzo dello scrittore calabrese, nel quale le tematiche all’autore ci sono già tutte: l’emigrazione, la ricerca della razionalità, la tensione verso la moralità, la nostalgia verso un mondo primitivo e crudele contrapposto a una modernità non meno feroce e spietata. Nel romanzo la vita tempestosa delle città del dopoguerra è vista dagli occhi di Sebastiano Babel, un reduce alienato. Il panorama politico e sociale è sconvolto dalle violenze che preludono alla dittatura e il protagonista si sente inetto, stritolato dalla folla cittadina, costretto a rifugiarsi in un labirinto di fantasie che non conducono alla vera vita.
Il secondo, Gente in Aspromonte, è invece una delle migliori raccolte di un genere poco frequentato in Italia, il racconto. Alvaro osserva le microstorie di un mondo arcaico eppure ancora presente, sebbene destinato all’estinzione, stritolate da passioni potentissime e furenti, guidate da desideri di vendetta e sottomissione.
Nel 1938, infine, Corrado Alvaro pubblica L’uomo è forte, un cupo romanzo distopico oggetto di immediata censura. La vicenda si inserisce nel contesto successivo a una devastante guerra civile tra bande e partigiani, scenario in cui il protagonista, l’ingegner Dale, assiste impotente all’instaurarsi di una dittatura brutale.
Con la falsa promessa di edificare una società giusta e forte, il regime totalitario descritto da Alvaro azzera la sfera individuale per dar vita a una società di massa composta da individui anonimi, omologati nel pensiero e nelle condotte. All’interno di questo sistema oppressivo, ogni persona è ridotta a ingranaggio; persino la figura del “nemico del popolo” diventa una necessità strutturale, utile a giustificare uno stato di costante minaccia e a legittimare il controllo totale sulle azioni e sulle emozioni dei cittadini.
In questa distopia, anche l’amore è considerato un atto sovversivo e pericoloso, poiché genera uno slancio individualistico che allontana l’individuo dal bene supremo dello Stato, rischiando di farlo staccare dagli altri per perseguire l’intento di essere uno. Una colpa insopportabile, poiché «bisognava essere tutti», punibile con la condanna a morte. Il romanzo, un decennio prima, anticipa con toni angoscianti le atmosfere di 1984 di George Orwell.
«Bisogna distruggere tutto quello che è privato, personale, intimo, e che è la causa di tutti i mali di cui soffre oggi l’umanità. Avere un segreto è un delitto […] Bisogna distruggere queste cose dalle fondamenta. Sradicarle, estirparle, con tutti i mezzi».

