Comunicazione

Il tempo di parlare e quello di tacere

Al di là della voglia di risposta e dei diritti di rettifica stabiliti per legge, in alcuni casi smentire o replicare a tutti i costi a notizie più o meno vere può rivelarsi una strategia meno efficace di un tacere tranquillo o di un argomentare misurato. Resistere alla tempesta, alla lunga, potrebbe farci addirittura guadagnare in solidità.

Per quanto il «diritto di rettifica» – cioè la possibilità da chi si ritenga leso da notizie o trasmissioni contrarie a verità di chiedere la pubblicazione di apposita rettifica o smentita – sia previsto dalla legge (nel caso della stampa, dall’articolo 8 della Legge 47/1948, per gli audiovisivi dall’articolo 35 del Testo Unico dei servizi di media audiovisivi) e venga utilizzato abbastanza frequentemente, soprattutto in alcuni contesti come quello politico o pubblico, può capitare che una notizia più o meno palesemente falsa o nel migliore dei casi imprecisa trovi diffusione, soprattutto online, fino a diventare «virale» e a generare reazioni incontrollate e attacchi di fuoco da tutte le parti: come altri fenomeni, sappiamo che non è nuovo, ma che viene amplificato dalle tecnologie digitali e dalla disintermediazione che ne è conseguita.
Soprattutto può capitare che la smentita, la rettifica, per quanto pubblicata con la stessa evidenza della notizia falsa, non abbia una forza di penetrazione pari a quella che l’ha generata e che l’azienda, il marchio o la persona che hanno subito il danno non riescano a ripristinare la verità e recuperare la reputazione con la stessa rapidità con cui l’hanno persa.
Accade abbastanza spesso, ad esempio, con i giornali, in cui si attribuiscono – per lo più per semplificazione che per effettiva malevolenza, e soprattutto nei titoli – virgolettati o affermazioni che non corrispondono a realtà. Le pagine si riempiono, di solito nella rubrica delle lettere, di repliche e smentite, che però difficilmente fanno cambiare idea alla tribù di coloro che già erano convinti del contrario.

Peraltro, la doverosa tendenza a smontare le notizie o le informazioni false anche quando non ne siamo i diretti interessati può assorbire una quantità di risorse davvero notevoli: negli ultimi anni alcuni giornali hanno dedicato intere sezioni delle redazioni al fact-checking o al «debunking», appunto lo «smontaggio» della bufala, accorgendosi però di non riuscire a riequilibrare la realtà. Tanto che qualcuno ormai pensa sempre più spesso, come opinava qualche anno fa Nina Jankowicz sul Washington Post, che il fact-checking e le smentite siano utili solo per pochi, e continuino a essere solo una reazione, una linea di difesa, poco efficace e molto costosa.

La tendenza è aggravata dalle pseudosmentite: si sostiene di smentire una teoria, affermando che non la si condivide, e si attribuisce alla propria opinione un valore fattuale o si propone qualcosa di leggermente diverso dall’affermazione originaria, ma che ne cambia sostanzialmente il senso.
In questo caso, le smentite delle smentite finiscono per creare dei circoli viziosi che alimentano le fiamme della polemica come il vento delle praterie all’ovest americano, e le case bruciano.

Il fatto è che le smentite, quelle vere, sono (quasi) sempre meno romantiche delle bufale e che i titoli sensazionali, magari accusatori, catturano sempre (e da sempre) di più l’attenzione di quelli in cui si dice che «non è successo niente».

Una soluzione auspicabile sarebbe quella di dare ai nostri interlocutori innanzitutto gli strumenti per capire l’informazione, generando contenuti comprensibili e chiari ma anche costruendo dei percorsi che abituino la coscienza critica sugli argomenti che ci stanno a cuore.
Ma viviamo in una società dove «i fatti oggettivi hanno meno influenza nel formare l’opinione pubblica degli appelli emotivi e legati alle credenze personali», come recitava qualche anno fa l’Oxford Dictionary a proposito della parola dell’anno 2016 (era, significativamente, «post-verità», «post-truth»). E lo stesso Oxford Dictionary ha eletto parola dell’anno per il 2024 «brain rot», cioè il deterioramento delle capacità cognitive causato dal consumo eccessivo di «contenuti di bassa qualità, specialmente sui social media», che genera passività nel fruire delle informazioni o delle notizie senza chiedersi se sono vere o meno.

In qualche caso una reazione intelligente può aiutarci a cavalcare la bufera (come quella di Astronomer, l’azienda statunitense il cui amministratore delegato e la responsabile delle risorse umane, entrambi sposati, sono stati sorpresi da una kiss cam durante un concerto dei Coldplay in atteggiamenti affettuosi che lasciavano pochi dubbi; loro hanno provato a nascondersi e pochi giorni dopo si sono dimessi, ma l’azienda ha affidato la campagna di reazione all’attrice Gwyneth Paltrow, non solo ex moglie del frontman dei Coldplay ma anche nota per aver gestito il suo divorzio in maniera amichevole e civile. Però in quel caso la «notizia», se di notizia si può parlare, era vera), ma è sempre necessario fare attenzione a non esagerare: il rischio è grosso, come insegna la reazione della famosa agenzia Armando Testa alle critiche piovute sulla campagna «Italia. Open to Meraviglia» di qualche anno fa, promossa dal Ministero del Turismo e da Enit. La risposta provocatoria in quell’occasione ha generato sull’agenzia una tempesta di critiche.
Un incidente simile è accaduto più recentemente alla Scuola Holden, coinvolta da una polemica sulla «creatività a pagamento», che ha reagito alle critiche di una ex studentessa con un video pubblicato sui social: la reazione, che voleva essere intelligente, ha fatto uscire la discussione da un ambito più o meno ristretto, allargandola a una platea più ampia e attirando soprattutto numerose critiche fino a costringere la Scuola alla rimozione del contenuto.

In alcuni casi, se ci troviamo a subire una notizia palesemente falsa che genera però una forte contestazione, invece che costruire una narrazione difensiva a priori che nella migliore delle ipotesi rischia di aumentare l’attenzione sulla falsità che l’ha resa necessaria, possiamo reagire tacendo, o limitando a un minimo educato e propositivo la nostra espressione sull’argomento: per quanto sembri un metodo controintuitivo, e spesso la voglia di precisare e correggere ci soffi un forte vento alle labbra, per lo più consente alla bufala di sgonfiarsi in un tempo ragionevole, con un danno circoscritto.

Il che non significa impantanarsi nell’immobilismo, ma andare avanti nella bufera tenendo saldamente la barra, prendendo posizione laddove ne siamo convinti, mentre approfondiamo le ragioni da cui la crisi si è generata – perché spesso all’origine di una notizia che crea un danno una ragione c’è, pur se magari abbastanza lontana dalla bufala corrispondente –, senza cadere nella necessità della risposta a tutti i costi.

Un po’ come il sottostimato capitano MacWhirr del bellissimo Tifone di Conrad, che conduce con umanità e intelligenza, ma anche con fermezza, il suo piroscafo fuori da una tempesta terribile, potremmo addirittura rischiare di guadagnare, alla lunga, in solidità.

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