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Giuseppe Billanovich, memoria viva di ricerca e insegnamento

Un percorso alla scoperta delle tracce della Storia disseminate per i chiostri della sede milanese dell’Università, a partire dalla lapide dedicata a Giuseppe Billanovich, maestro illustre del nostro Ateneo, di cui ci racconta Paolo Senna, responsabile delle Collezioni speciali della Biblioteca.

Chissà se a qualcuno degli studenti che oggi nella sede di Milano popolano i chiostri della nostra Università, magari nella pausa caffè tra una lezione e l’altra, è mai sfuggito lo sguardo sulla lapide che si trova sulla parete del corridoio al piano terreno che porta alle sale dalla Biblioteca: a quel nome curioso – «Iosepho Billanovich» –, declinato secondo il caso della grammatica latina, che riporta alla memoria la figura di uno dei docenti più illustri dell’Università Cattolica: Giuseppe Billanovich, appunto. 

Billanovich nasce in provincia di Padova, a Cittadella, nel 1913 e dopo gli studi classici al Liceo padovano Tito Livio si laurea con una tesi in storia romana dal titolo Origine e sviluppo dell’ordine equestre in Roma. Dapprima docente nei Licei, si perfeziona presso la Scuola storico-filologica delle Venezie sotto la guida di Natalino Sapegno con una tesi dedicata alle canzonette di Leonardo Giustinian, umanista attivo tra Tre e Quattrocento.
«Ubriacato dalla passione per la letteratura italiana» (sono parole sue) ancora giovanissimo intraprende l’edizione dei Rerum memorandarum libri di Petrarca, che vede la luce appena conclusa la Seconda guerra mondiale, nel luglio del 1945. Gli anni del conflitto lo vedono rivestire i panni militari nel gennaio del 1941. Un anno dopo è inviato sul fronte russo dal quale ritorna – tra i pochissimi del suo reggimento – nel giugno del 1942.

Anni di guerra, dunque, anni certamente non facili in cui lo studioso non rinuncia agli studi, anzi raddoppia gli sforzi, con lavori di notevole rilievo: dai Restauri boccacceschi (1945) al Petrarca letterato (1947). Nel 1948 approda in Inghilterra, al Warburg Institute di Londra, dove rimane fino al 1950: in questo clima, grazie agli eccezionali strumenti forniti dalla British Library, passa – come avrà in futuro modo di scrivere – «da mediocre studioso di letteratura italiana a convinto ricercatore di filologia medioevale e umanistica», pubblicando nel 1951 il fondamentale studio Petrarch and the textual tradition of Livy. Da Londra passa a Friburgo e poi, nel 1955, è finalmente in Università Cattolica dove occupa la cattedra di Filologia medioevale e umanistica, fortemente voluta dal preside Ezio Franceschini – futuro Rettore dell’Ateneo – per rimarcare «l’identità cristiana di medioevo e umanesimo».

Il magistero di Billanovich in Università Cattolica continua sino al 1983 e lascia una traccia viva e feconda: dà vita a una scuola di giovani studiosi e collaboratori, fonda nel 1958 la rivista «Italia medievale e umanistica» e, ancora, avvia la casa editrice Antenore, con l’aiuto del fratello Guido, e di Paolo Sambin, nelle cui collane sono accolti i contributi degli allievi e i lavori degli studiosi che hanno saputo dare una spinta rinnovata ai metodi di insegnamento e di ricerca.
Billanovich contribuisce inoltre in maniera sostanziale alla riorganizzazione delle raccolte della Biblioteca, progettando la Sala Consultazione, che oggi porta il suo nome, capace di raccogliere fonti e testi per l’approfondimento delle discipline umanistiche.
Non solo una lapide, quindi, ma memoria ancora viva: in questo contesto la donazione dell’Archivio Billanovich, oggi in corso di lavorazione presso la Biblioteca d’Ateneo, darà modo di gettare nuove luci sul metodo della ricerca, sui contatti, sulle vicende dei maestri che hanno contribuito a percorrere nuove strade, passando un prezioso testimone alle nuove generazioni.

(Per approfondimenti sull’opera e l’attività di Billanovich si rimanda agli articoli di Giuseppe Frasso, Giuseppe Billanovich in memoriam, «Euphrosyne. Revista de filologia clássica», n.s., 30, 2002, pp. 349-355, di Mirella Ferrari, Iosepho Billanovich. In memoriam, «Aevum», 75/1, gennaio-aprile 2001, pp. I-II e, della stessa, Ricordo di Giuseppe Billanovich, «Neulateinisches Jahrbuch / Journal on Neo-Latin Language and Literature», 3, 2001, pp. 5-10; a questi scritti sono largamente debitore).

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