Università del Sacro Cuore, una vocazione italiana
«L’Università Cattolica pur avendo sede in Milano appartiene ai cattolici italiani e quindi è di carattere nazionale» così riportava una relazione sulla vita dell’ateneo già a metà degli anni Venti, poco dopo la sua inaugurazione del 7 dicembre 1921.
Impegnato in qualità di medico e psicologo nello studio degli ambienti militari durante la Grande Guerra, fu proprio nel laboratorio di psicofisiologia presso il Comando Supremo che, constatata l’inconsistenza del patriottismo interventista peraltro semplicemente assente nei soldati semplici italiani, Gemelli si convinse definitivamente del fatto che lo stato liberale come si era venuto formando nei primi decenni dopo l’Unità non aveva saputo dare un contenuto credibile all’appartenenza nazionale.
Dopo il conflitto il tempo era maturo per superare la frattura del «non expedit», che aveva sancito la separazione fra sfera religiosa e cittadinanza politica. Bisognava ricondurre i concittadini alle radici religiose dell’italianità rimodellando lo stato italiano a partire dai giovani laureandi cattolici, i migliori figli di Italia, all’interno di una trasformazione radicale per la quale il cattolicesimo non si sarebbe limitato ad essere patina e supporto a uno stato liberale agnostico e insensibile alle sperequazioni sociali, ma avrebbe edificato un organismo statuale cristianamente caratterizzato nei suoi assetti giuridici e socio-economici ispirati al “codice sociale” di vita evangelica.
«…Fatela, fatela l’Università Cattolica»: così Giuseppe Toniolo, che sarebbe poi morto nel 1918, incoraggiava Gemelli; e dunque il 7 dicembre 1921 fu inaugurata a Milano l’Università Cattolica del Sacro Cuore, punto sorgivo di un modo diverso di essere italiani.
Strutturata in modo da fornire ai suoi laureati i mezzi per lasciare un segno nell’evoluzione politica e culturale del paese, l’università prevedeva all’inizio due percorsi formativi: la facoltà di Filosofia, che avrebbe ridisegnato nuovi contorni del vivere associato, e quella di Scienze Sociali, facoltà assente nelle Università Regie (che infatti presto fu chiusa per motivi di adeguamento legislativo) per far fronte ai problemi economici, del lavoro, della giustizia sociale e della sicurezza sociale che opprimevano l’Italia.
Verrà presto la volta dell’Istituto di Magistero nel 1923, di Lettere e Giurisprudenza nel 1924, poi nel 1926 della Scuola di Scienze Politiche, che fino al ‘47 avrebbe conferito anche la laurea in Economia e commercio, e, mentre i neoscolastici radunati da Gemelli nella facoltà di Filosofia sottolineavano che «lo Stato deve diventare etico riconoscendo una legge morale che gli pre-esiste», il frate attendeva ad ampliare l’offerta formativa aprendo nuove facoltà in diverse città italiane.
Dapprima, già negli anni Venti attivò l’Apostolico Istituto del Sacro Cuore ospitato presso la Villa Sforza Fogliani, nel paesino di Castelnuovo Fogliani (Alseno), riservato alle religiose studentesse di Magistero e di Lettere.
Nel ’32 la sede centrale milanese si trasferisce da sant’Agnese ai chiostri del Bramante, poi tra il ’47 e il ’61 prendono avvio Economia e Commercio a Milano, Agraria a Piacenza. Nel 1965 viene aperta la sede di Brescia che ospita una sezione staccata del Magistero, l’Istituto superiore di educazione fisica e, dal 1971 la facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali.
Il 1967 vede la laurea dei primi medici della nuova facoltà di Medicina e chirurgia insediata Roma a partire da una vecchia donazione di Pio XI in zona Monte Mario, «sogno dell’anima» di p. Gemelli.
Aveva dunque preso forma un libero ateneo dei cattolici italiani, un «sasso gettato nello stagno delle abitudini e delle consuetudini dei luoghi comuni culturali del ‘900» (Carlo Bo, nell’intervista a cura di E. Preziosi, Il sasso nello stagno. Settant’anni nella cultura italiana: la vicenda dell’Università Cattolica, Milano, ed. Paoline, 1993, pp. 86-94), sostenuto dalla Santa Sede e radicato nelle diocesi di tutta Italia pronte a garantire sostegno spirituale e materiale all’istituzione educativa.
In questo campo alleata preziosa di padre Agostino fu Armida Barelli, che con lo spirito di Maria e il pragmatismo di Marta, da instancabile cassiera dell’Università, riuscì ad assicurare all’istituzione le risorse economiche indispensabili a crescere e a svilupparsi indipendentemente dallo Stato facendo sì che – come sottolinea Elena Beccalli nella prefazione al volume Università Cattolica e chiese del sud. Alle origini di un legame fecondo, a cura di Ernesto Preziosi, (Vita e Pensiero, Milano, 2026). – l’Università Cattolica del Sacro Cuore entrasse da subito nel cuore della realtà delle regioni italiane.
Sua per esempio fu la promozione della raccolta fondi nella Giornata Universitaria in cui donavano offerte operai, papi, contadini e vescovi.
Ma, come guida dell’Opera della Regalità e della Gioventù Femminile, Armida agì in modo capillare soprattutto nella formazione culturale delle giovani donne di ogni parte d’Italia e di ogni estrazione sociale trasformando un istituto scientifico in un “fatto di popolo”, fino ad allarmare e impensierire più volte il duce, alla cui presa totalizzante la Barelli con la GF e p. Gemelli con la Cattolica sottraevano gran parte della gioventù preparandola a gestire l’Italia dopo la fine della dittatura.
Una storia nazionale a tutti gli effetti, che sul territorio ha visto svolgersi capitoli fondamentali da approfondire; magari proprio iniziando da quel Sud ricostruito nel volume di Preziosi.

