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L’emergenza abitativa universitaria, tra nuovi alloggi ed esperienze educative

L’emergenza abitativa nelle città universitarie è una questione pressante, al centro anche di una visita in Ateneo della Commissione parlamentare europea HOUS per cercare soluzioni sulla residenzialità a partire da Milano, la prima città universitaria del Paese: le risposte dell’Università Cattolica costituiscono una proposta originale e articolata, che non offre soltanto un alloggio ma soprattutto un’esperienza di formazione integrale e la possibilità di “fare comunità”.

La questione del numero di alloggi e del loro costo per gli studenti universitari, del quale molto si parla, è solo un aspetto, sebbene certamente il più sensibile e preoccupante, della questione residenzialità.
Non si tratta soltanto di costruire nuove strutture o di calmierare i prezzi, ma anche di rispondere a esigenze della popolazione studentesca che nel tempo sono diventate più complesse e differenziate.
Alcune riguardano il significato e il valore simbolico e psicologico che “l’abitazione” ha assunto per le giovani generazioni: più che in passato la “casa”-abitazione è un luogo in cui si permane a lungo, si trascorrono molte ore della giornata e della settimana, anche da studenti; in cui si cercano accoglienza e incontro, protezione e sicurezza, che pur con uno stile semplice richiami qualcosa di dignitoso per chi vi abita, una realtà esterna su cui si riflette la realtà interiore e viceversa.
Ma sono anche cambiate le tipologie di studentesse e studenti; se in passato questi ragazzi e ragazze al loro ingresso in università cercavano, pressoché tutti, un alloggio per 3-5 anni, oggi è possibile individuarne diverse categorie (e alcune sfuggono, in ogni caso, a una classificazione):

  • profilo “tradizionale”, caratterizzato da permanenza a lungo in un alloggio;
  • profilo “della mobilità” da programmi di internazionalizzazione – per esempio Erasmus o Overseas – che prevedono che alcune di queste persone lascino l’alloggio per qualche mese e che altre ne arrivino; ma non è sempre possibile per questioni logistiche, anzi quasi mai, “scambiare” l’alloggio;
  • profilo della “permanenza contingentata”, legata alla frequenza alle lezioni con ritorno a casa e spostamento solo per esami, con duplice richiesta: occupazione limitata nell’arco temporale e richiesta di alloggio per i giorni dell’esame;
  • profilo di chi necessita di alloggi con caratteristiche peculiari, inclusive, per esempio in relazione a condizioni di disabilità.

Nel progetto dell’Università Cattolica il tema della residenzialità non si è mai limitato all’offerta di un alloggio ma ha sempre avuto un valore più alto: voluti fortemente dai fondatori, i Collegi hanno costituito sin dall’inizio una struttura essenziale al conseguimento dei fini dell’Ateneo, un «terreno di cultura privilegiato di sperimentazione più intensa ed immediata dell’efficacia della propria azione educativa». All’Università-laboratorio corrispondono da sempre i Collegi-laboratorio come luoghi di crescita culturale, professionale e umana, per «formare persone per il nostro tempo».
Sin dalle loro origini i Collegi sono stati pensati infatti come una comunità educante, in cui l’individuo può sviluppare pienamente un pensiero critico valorialmente fondato e orientato, capace di confronto e di ricomposizione delle differenze, a partire dal rispetto e dalla libertà dei/delle Collegiali, con una originale e feconda apertura all’internazionalizzazione.
Luoghi in cui si rinnova l’invito originario alla co-progettazione delle attività e degli eventi, che consentono di far sperimentare responsabilità e coltivare un sano senso civico e un alto senso di appartenenza, costituiscono comunità in cui la persona può sentirsi valorizzata appieno e dove i talenti e le differenze si trasformano in risorsa per la vita nella casa comune.
Si tratta di un tema così essenziale per l’Ateneo – accanto agli altri come la ristorazione e le borse di studio – che l’Università Cattolica ha deciso di istituire la Fondazione EDUCatt, un ente strumentale al servizio del proprio progetto formativo, che gestisce tutti questi aspetti ritenuti organici alla formazione di persone che siano anche futuri professionisti per i quali la quotidianità – dormire, nutrirsi, socializzare – è importante quanto studiare e superare esami.

Rispetto al tema più evidente dell’offerta abitativa e dei suoi costi, l’Università Cattolica ha optato per una proposta residenziale differenziata – in grado di aumentare la quantità in relazione alla richiesta – che cerchi di rispondere alle diverse esigenze, dalla tipologia di abitazione all’esperienza ricercata (condivisione, collegio, guesthouse, ecc.), con una “regia” comune che comporta per i fruitori la possibilità di accedere a tariffe ben lontane da quelle di mercato.
Risiedere in una delle strutture dell’Ateneo significa oggi poter abitare su piazze come Milano, dove la corsa agli alloggi ha assunto dimensioni economiche persino preoccupanti, con un costo che varia a seconda della fascia di reddito e che parte da 2.300 euro e arriva fino agli 11.000 euro circa (in questo caso per le fasce massime con sistemazione in camera singola e vitto incluso); a Roma il costo di partenza è inferiore ai 2.000 euro annui e il massimo è di poco superiore agli 8.000 euro.
L’offerta prevede la disponibilità di «Collegi in campus» (gestiti direttamente dall’Ateneo tramite la sua Fondazione EDUCatt), «Residenze in città», inserite nel tessuto urbano e gestite direttamente o in convenzione, cui si affianca l’offerta di posti letto in «Guesthouse», foresterie destinate in particolare a brevi permanenze o per un pubblico internazionale, e di piattaforme abitative verificate – attualmente DotStay, Roomtastic, Gromia e Italianway.

Riguardo al numero dei posti, a un’offerta articolata che consente di ospitare circa 1.400 persone si aggiungono ad oggi numerosi cantieri aperti sulle sedi: dai lavori per il rifacimento del Collegio Ludovicianum a Milano, che consentirà l’incremento di circa 50 posti, a quelli in corso al nuovo Joanneum, nel Campus di Roma, che consentiranno di portare a 250 i posti attuali, fino alla nuova struttura in fase di realizzazione a Cremona, che grazie all’intervento privato della Fondazione Arvedi Buschini consentirà il ripristino dell’ex provveditorato con 70 nuovi posti alloggio, spazi comuni e di socializzazione.
Interventi, tutti, finalizzati a promuovere il concetto di “casa” e l’importanza di esperienze di crescita, che non si limitano a un mero “abitare”, ma prevedono la partecipazione attiva dei destinatari – gli studenti e le studentesse che ne beneficeranno – alla vita universitaria e a quella delle città.

È questa anche la base del Progetto formativo che viene proposto nei Collegi in campus, che vede lo sviluppo di attività culturali, dedicate alla crescita e all’approfondimento professionale ma anche, soprattutto, alla cura di sé, alla prosocialità (impegno di volontariato) e alla spiritualità con la partecipazione attiva dei/delle collegiali che co-progettano e realizzano attività, iniziative, con un accompagnamento costante dell’équipe educativa dei rispettivi Collegi, dell’Università e della sua Fondazione.
Nei Collegi in campus e nelle Residenze – in cui in maniera diversa vengono comunque avanzate proposte formative – si intende non solo mettere a disposizione degli alloggi, bensì promuovere la formazione integrale dei giovani, grazie a un’esplicita proposta educativa che ha come fattori costitutivi la vita insieme, il rapporto con la comunità universitaria, con la comunità ecclesiale e con l’intera società civile.

A un panorama così articolato si aggiunge lo studio o la progettazione di ulteriori modelli, che vanno dagli alloggi in strutture di assistenza o accompagnamento, di tipo sociale o religioso, che in cambio dell’alloggio chiedono di dedicare qualche ora a settimana a bambini o anziani entro un progetto di dialogo intergenerazionale e di generatività sociale, fino alle «Residenze diffuse» – un concetto nuovo, che ha l’obiettivo di offrire appartamenti a prezzi calmierati e con una “regia” dell’Ateneo, in cui, in modo diverso, venga realizzato un progetto formativo – e all’ospitalità da parte di famiglie connesse da network di Ateneo per permanenze limitate nel tempo, anche per studenti internazionali, secondo un sistema già sperimentato informalmente e che ha dato nel tempo risultati lusinghieri.

Considerati i bisogni e le esigenze degli studenti, si tratta di offrire l’opportunità di vivere non in alveari con un numero elevato di persone ammassate, ma in Comunità che si identifichino in luoghi, che possano promuovere senso di appartenenza, che si sviluppino in numeri che consentano la costruzione di reti e relazioni, il più possibile inserite nel tessuto relazionale della città.

Le città universitarie vengono considerate “comunità di transizione”, dal momento che molti giovani vi “transitano”. Si tratta di capire se i giovani vengono considerati “peso” o “vittime da spremere” o non piuttosto “risorsa”, e come ciò possa tradursi anche in una progettazione urbanistica attenta e di tutela, come cioè le città possano davvero diventare comunità e promuovere senso di apparenza, capitale sociale, sviluppo di cittadinanza attiva.

Dal tipo di offerta di residenzialità di una città e di un Ateneo si evince l’idea che questi hanno dei giovani – se li pensa davvero come risorsa da far crescere –, della loro formazione – accogliere le loro domande e farle crescere in responsabilità e cittadinanza –, e del loro ruolo al servizio del territorio.

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