La forza delle donne
Francesco Berlucchi ci porta a rivivere alcuni dei momenti fin qui più emozionanti e a scoprire le storie di alcune delle protagoniste di queste Olimpiadi che, per l’Italia, sono già entrate nella Storia.
Massimiliano Ambesi, voce di Eurosport, il più grande esperto di sport invernali che abbia conosciuto, lo ripeteva da mesi come un mantra. La delegazione italiana alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina è la più forte di sempre. Aveva ragione lui, «un enciclopedico fuoriclasse» come ha scritto Aldo Grasso sul Corriere della Sera. Del resto, gli exit poll, convocazioni azzurre alla mano, parlavano chiaro. Eppure in questo medagliere che ha fatto la storia, raddoppiando le medaglie di Torino 2006 e superando lo storico record olimpico di Lillehammer 1994, ci sono medaglie che pesano e brillano ancor più di quanto avremmo immaginato. Il merito è delle donne.
Come nel caso del primo oro conquistato dagli azzurri, nei 3000 m del pattinaggio di velocità, che è valso anche il record olimpico a Francesca Lollobrigida. Un oro poi bissato anche nei 5000 m dalla «mamma-atleta», come si è definita. Nel 2023 la campionessa di Frascati è diventata madre di Tommaso, quattro mesi dopo era di nuovo in gara. A novembre dello scorso anno un’infezione virale l’ha costretta al secondo stop. Ha pensato seriamente di smettere, e invece ora è lì, con il tricolore sulle spalle, a urlare: «Tommi, portatemi Tommi». Lui gioca sugli spalti e la imita, con la felpina azzurra nella Nazionale. Lei, che non aveva mai vinto un oro nelle tre Olimpiadi invernali a cui aveva partecipato, davanti a suo figlio ne ha messi al collo due in una settimana.
La storia l’ha fatta anche Arianna Fontana, eguagliando il record di 13 medaglie olimpiche dell’immortale Edoardo Mangiarotti. Un primato che resisteva in solitaria da ben 66 anni, ossia dai tempi di un’altra Olimpiade nostrana, Roma 1960, quando lo schermidore vinse l’oro a squadre nella spada, la sua arma preferita. Impressionante tanto quanto la pervicacia della regina dello short track, la cui prima medaglia olimpica risale addirittura a Torino 2006, quando aveva soltanto 15 anni. Vent’anni ostinatamente vincenti, contro tutti e tutto, anche contro i pronostici di chi ha potuto pensare che l’infortunio di ottobre al flessore dell’anca destra, in Coppa del mondo, potesse fermarla.
E poi Lisa Vittozzi, il primo oro azzurro nel biathlon, uomini compresi. Una promessa che si compie proprio quando il compimento sembrava non arrivasse mai. Invece eccolo, nell’inseguimento, la disciplina più spettacolare. Zero errori su venti colpi al tiro, una rimonta sulle avversarie e prima di tutto su se stessa. L’arena di Anterselva gremita urla il suo nome, e il biathlon italiano esce finalmente dalla sua culla, che gli è forse un po’ stretta.
La storia che vale tutt’un’Olimpiade, però, è un capolavoro di mentalità, classe, ostinazione e carattere. Il film di Federica Brignone sbaraglia il botteghino, conquista l’Oscar per la miglior regia e per la migliore attrice protagonista. La colonna sonora è epica. Federica non è solo la più brava ad adattarsi a ogni condizione, a performare al meglio in condizioni difficili. È la più grande sciatrice italiana di ogni tempo. Due giorni prima dell’oro del superG, faceva fatica a infilare il piede sinistro nella soletta dello scarpone. Sciare le era impossibile. Due giorni dopo, conquista la medaglia d’oro, e tre giorni più tardi, ecco il secondo oro, nel gigante, 28 anni dopo il mito Deborah Compagnoni.
Sara Hector e Thea Louise Stjernesund, argento a pari merito, si inchinano davanti alla Brignone. Non due comprimarie, ma autentiche protagoniste della specialità. È la fotografia sulla copertina di queste Olimpiadi, che non sono ancora finite ma hanno già trovato la propria regina. Sono passati soltanto 315 giorni tra la frattura pluriframmentaria scomposta del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra, con la lesione del legamento crociato, e il trionfo di Federica nel superG. Un infortunio terribile, subìto ai Campionati italiani neanche due settimane dopo aver vinto la seconda Coppa del mondo generale, al quale sono seguite due operazioni e una durissima riabilitazione al Jmedical di Torino. Se potesse tornare a quel 3 aprile 2025, porterebbe in dote entrambe le medaglie olimpiche pur di non subire l’infortunio, dice Federica a La Repubblica.
Perché dunque mettere a rischio la propria condizione, all’alba delle Olimpiadi? Perché farlo, dopo aver vinto per la seconda volta la Coppa del mondo generale, quella che Federica non scambierebbe neanche con un oro olimpico? Perché era giusto farlo, risponde lei, per dare l’esempio ai giovani, perché non esistono gare che debbano essere snobbate. È una delle storie più emozionanti che lo sport mondiale ci abbia mai regalato. Una lezione di vita, per i giovani che amano lo sport, certo, ma anche per tanti campioni. Che avranno ben altri sponsor, ingaggi e platee, ma non il cuore di Federica Brignone. Quello che va perfino oltre l’oro olimpico, e la consegna per sempre alla storia dello sport.

